Processo penale e mass media: amore impossibile?

Il dialogo non è sempre facile. E, quando si parla di giustizia e di mass media, in Italia, si entra in un terreno spesso minato, a volte di scontro. Per questo motivo, l’incontro “La giustizia tra informazione e rischio di spettacolarizzazione. Riflessioni sul rapporto tra processo penale e mass media”che si è svolto recentemente a Vicenza è stato un interessante tavolo di confronto tra professionisti della giustizia, avvocati e giornalisti sulle relazioni tra i due mondi.  Renato Borzone, responsabile dell’Osservatorio di informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali Italiane, ha parlato subito di diversa velocità tra informazione e giustizia. la-legge-e-uguale-per-tutti“Nel nostro paese, – ha affermato, – l’informazione di garanzia viene vissuta come una prova di condanna e non un atto dovuto, a tutela della persona. Questa visione colpevolista del fatto viola il principio di non colpevolezza e fa passare nella pubblica opinione un’idea distorta, influenzando anche il giudizio del giudici, con il rischio di delegittimizzazione sempre sull’uscio della porta”.  I fenomeni distorsivi dell’informazione giudiziaria determinano, si è detto nel corso dell’incontro, interferenze su come si celebrano i processi, a volte condizionandone anche l’esito. Un risultato di certo poco confortante dove, di fatto, il ruolo dei media è, solo in apparenza, libero. Infatti, l’informazione giudiziaria, hanno affermato i relatori, dipende in maniera quasi esclusiva dall’autorità giudiziaria e, troppo poco spesso, può contare sull’accesso a fonti diverse e su una ricerca autonoma, indipendente. A rincarare la dose, se ne ve fosse stato bisogno, il procuratore aggiunto Carlo Nordio ha parlato di perversione massima nel gioco delle parti, dove “la brutta notizia è la notizia” e i presunti scoop non sono l’esercizio del diritto d’informazione, ma rischiano di diventare strumento di manipolazione. Guardando la storia del difficile rapporto media-giustizia, Ivano Tolettini, giornalista, ha ricordato che la spettacolarizzazione del processo è sempre esistita e che, forse, la possibilità, per la stampa, di avere accesso diretto al fascicolo d’indagine, proposta da tempo, potrebbe essere uno strumento utile per evitare le derive.  A contribuire a dare una nuova prospettiva al dibattito, è intervenuto il professor Rino Rumiati, docente di Psicologia del Giudizio e della Decisione al Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza dell’Università di Padova, che ha ricordato come è importante segnalare come la pressione mediatica può influenzare la costruzione di una storia, sottolineando il ruolo dei protagonisti. E proprio l’impatto degli stessi ha un riflesso naturale sul ricordo e il giudizio. Infatti, nessun di noi è neutro nell’esaminare un’informazione e tutti gli eventi che ci accadono vengono considerati da una prospettiva particolare, che è frutto di esperienze, ricordi, azioni. Proprio per questo, visto che i media suggeriscono un frame, una prospettiva, le distorsioni cognitive producono una focalizzazione, ad esempio, su un sospettato, con una tendenza naturale a confermare le idee che ci siamo fatti. Una realtà di cui tutti, operatori del mondo dell’informazione e della giustizia devono tenerne conto.

Per approfondire

Intervista sul caso Bossetti : http://www.radioradicale.it/scheda/440546/caso-yara-per-gli-avvocati-penalisti-le-immagini-dellarresto-di-massimo-bossetti-sono

 

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