Avvocati al bivio

avvocato_togaAvvocati al bivio: feriti dalla crisi, “condannati” a rilanciare su competenze e tecnologie. Per salvarsi dalla “fungibilità”.

 

Note a margine del 1° Rapporto sull’avvocatura italiana  realizzato dal Censis per conto della Cassa forense.

A Rimini, il 24 settembre scorso, nel corso della XI Conferenza nazionale della Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, Giorgio De Rita, Segretario Generale del Censis, espone una radiografia impietosa della professione forense, anticipando i contenuti del «1° Rapporto sull’avvocatura italiana” realizzato dall’istituto di ricerca per conto della Cassa forense.

E’ indubbio che, anche a distanza di 6 mesi da quella data, persista un’attualità molto preoccupante per la professione forense, che in sintesi, si trova oggi ad affrontare una complessiva perdita di prestigio.

A pensarla così è il 60% degli avvocati italiani, che indicano il calo di reputazione come il primo problema attuale. Anche perché sulla loro efficienza pesa ancora una zavorra strutturale: per il 49% la professione sconta la persistente inefficienza del sistema giudiziario. E il dato, aggiungiamo, non può che peggiorare. Anche alla luce dei trend demografici che testimoniano l’insostenibilità degli attuali sistemi giudiziari, in tutti i Paesi sviluppati.

Scorrendo i dati del Censis, rileviamo che i fondamentali della professione sono solidi, ma l’inefficienza del sistema giudiziario è ancora, come detto, una zavorra. Fatturato dell’attività professionale in calo nell’ultimo biennio per il 44% degli avvocati. Di cui solo il 2% dei ricavi è realizzato sul mercato internazionale, solo il 3% degli studi è specializzato in diritto societario e l’1% in diritto internazionale: spazi di mercato da presidiare di più e meglio. E solo il 26% ha un proprio sito web e appena il 5% interagisce online con i clienti: un ritardo digitale imbarazzante.

Questi pochissimi dati iniziali, sono rivelatori – per l’esperienza che abbiamo maturato sul campo – del nocciolo del problema. Scarsissima internazionalità, competenze ancora e sempre focalizzate in aree troppo fungibili come il contenzioso (pertanto più soggette all’affollamento e al dumping sugli onorari) civilistico, rispetto al diritto societario, un uso inesistente degli anche minimi strumenti di comunicazione.

Una professione dai fondamentali solidi, ma ferita dalla crisi. L’anteprima dei risultati dell’indagine del Censis (il Rapporto completo dovrebbe essere imminente) si basa sull’autopercezione di un campione di circa 8.000 avvocati e restituisce una fotografia dell’avvocatura italiana che esce molto provata dalla crisi degli ultimi anni. Le motivazioni professionali sono solide. Il 51% degli avvocati ha scelto di fare la professione per passione e il 29% l’ha vissuta come la realizzazione di un sogno: molti più di quanti sono diventati avvocati per caso (23%), in cerca di lauti guadagni (16%) o perché figli di avvocati (8%). Ma la professione forense ha subito i pesanti effetti della crisi economica. Solo il 30% degli avvocati italiani è riuscito a mantenere stabile il fatturato dell’attività professionale nell’ultimo biennio, per il 44% è diminuito (e la percentuale sale al 49% tra gli avvocati del Mezzogiorno), mentre il 25% lo ha visto aumentare.

Una pratica professionale ancora a bassa specializzazione. In base alla radiografia realizzata dal Censis, quella degli avvocati è una professione ancora fortemente organizzata su base individuale. Due avvocati su tre (il 67%) sono titolari unici dello studio. A prevalere è l’attività giurisdizionale, che assorbe il 66% del fatturato complessivo, contro il 29% che proviene dall’attività di consulenza e assistenza stragiudiziale, e il 5% dalle mediazioni e dagli arbitrati. E la professione appare ancorata a una generica specializzazione civilistica. Il 54% degli avvocati dichiara come prevalente la specializzazione in diritto civile, l’11% in materia penale, il 9% in diritto di famiglia (ma tra le donne avvocato la quota sale in questo caso al 14%), solo il 3% in diritto societario e appena l’1% in diritto internazionale. Solo l’11% degli avvocati indirizza la propria attività verso servizi specializzati.

Una clientela soprattutto per passaparola. La clientela è strettamente «di prossimità», visto che il 74% del fatturato deriva da clienti localizzati nell’ambito cittadino o provinciale, e solo il 2% proviene dal mercato internazionale. L’assistenza legale guarda prevalentemente alle persone fisiche, da cui deriva il 52% del fatturato totale, contro il 27% proveniente dalle piccole e medie imprese, l’8% dalle grandi aziende, il 7% dagli enti e dalle amministrazioni pubbliche, e il 6% da altre persone giuridiche private (associazioni, sindacati, ecc.). Tra le modalità di accesso agli studi degli avvocati prevale il passaparola tra i clienti basato sul rapporto fiduciario con il professionista (funziona nell’87% dei casi), nel 76% giocano le relazioni personali e familiari.

Gli ostacoli allo sviluppo della professione. Tra le principali difficoltà denunciate dagli avvocati figura al primo posto il mancato o ritardato pagamento da parte dei clienti, lamentato dal 79% dei professionisti interpellati. Il 66% indica il peso crescente degli adempimenti burocratici, il 45% il calo della domanda per le proprie prestazioni, il 26% punta il dito sulla concorrenza sleale da parte dei colleghi che si fanno pagare in nero o offrono consulenze professionali senza avere i titoli e le competenze necessarie.

Il ritardo nei servizi digitali. La grande diffusione delle tecnologie digitali anche nel sistema della giustizia non ha ancora trovato spazi significativi di investimento da parte degli studi legali. Oggi solo il 26% ha un proprio sito web a scopi promozionali e, fra questi, solo il 5% lo usa per interagire con i clienti. Ma il miglioramento organizzativo e l’innovazione tecnologica sono la principale priorità per i prossimi due anni indicata dagli avvocati, preceduta solo dall’ampliamento del mercato.

La domanda di rappresentanza e di welfare professionale. Il 74% degli avvocati pensa che la formazione dei giovani dovrebbe essere una specifica area di intervento della Cassa forense. Elevato è il bisogno di rappresentanza e di un welfare professionale, al punto che il 78% degli avvocati ritiene che il nuovo regolamento della Cassa, che stabilisce i criteri per la fruizione dei servizi di previdenza e assistenza, sia uno strumento importante per rispondere alle esigenze dei professionisti. Il 65% è d’accordo sulla destinazione degli investimenti della Cassa per il finanziamento di opere e interventi a sostegno della ripresa economica del Paese.

La radiografia dell’avvocatura italiana, peraltro comune a molti altri ambiti professionali, mette dunque in luce una precisissima graduatoria delle principali tematiche critiche da focalizzare (comprendendole) e risolvere. Vediamole, per brevi punti:
– c’è un tema di autopercezione, psicologico. Le grandi professioni mature, stanno facendo una fatica improba a ridefinirsi secondo modelli più coerenti allo spirito dei tempi. Annaspano fra segnali di “condanna” al rinnovamento e resistenze su posizioni di retroguardia. Se volessimo mutuare da un famoso detto “lei non sa chi sono io”, si potrebbe dire “lei non sa chi ero io”. Questo si riverbera enormemente nelle attività di sviluppo, dove dal passaparola non si riesce a fare il salto verso quel doveroso e necessario tema di cercarseli i clienti, con attività e strumenti di marketing pensati e addottati.
In tutto ciò vi è infine e non meno importante il tema della solitudine, per professioni ancora fortemente organizzate su base individuale.
– c’è un tema di prodotto. E di obiettivi di business. Dove a fronte di una forte banalizzazione (fungibilità, in linguaggio giuridico) dell’offerta di competenze, che si ripercuote sulla tenuta degli onorari e del fatturato, non c’è ancora una reazione evidente, che vada nella direzione di prodotti di consulenza più specializzati e quindi unici. O infungibili. Quelli che una certa domanda cerca, apprezza ed è disponibile a pagare meglio.
– c’è un tema di strumenti. Che siano di comunicazione, che siano di comprensione sulle nuove e maggiormente profittevoli competenze, che siano sui processi di unione e internazionalizzazione, poco importa. Perché se allarghiamo il perimetro, il professionista si sente ancora più sperduto.
– c’è un tema di contesto, esogeno. Il Paese, i suoi ritardi, le sue malattie croniche. Che andrebbero curate, come tutte le malattie, con la prevenzione. E la prevenzione, fatalmente e forzosamente, dovrà condurci alla risoluzione delle liti prima di averle portate al cospetto dei giudici e nelle aule dei Tribunali.

Quanti professionisti, professioni, imprenditori, si trovano da lungo tempo nel dibattito dell’avvocatura?
E certamente non consola una recentissima dichiarazione di Christine Lagarde, Presidente FMI, all’ultima edizione del World Economic Forum a Davos, che con la consueta eleganza propone “la mediocrità potrebbe essere e per lungo tempo la nuova normalità”.

Per approfondimenti: http://www.cassaforense.it/media/4240/rapporto_censis_marzo2016.pdf

Testo realizzato da Federica Delachi

Giornalista pubblicista e imprenditrice della comunicazione, dal 2015 ho intrapreso un nuovo entusiasmante capitolo professionale fondando l’agenzia di Societing & PR Chapter4.

Follow me: @Feddel @chapter4it

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...