Le Litigation PR in Italia: la sfida dei comunicatori per identificare la verità storica con la verità mediatica

di Andrea Colagrossi

Partiamo da lontano, da Socrate, il quale affermava che “Il modo per ottenere una buona reputazione sta nell’agire per essere ciò che si desidera apparire”, affermazione inconfutabile fino all’avvento e diffusione  dei media e dei social media nella vita sociale moderna.

Oggi la reputazione di un individuo, di una azienda o di una organizzazione è profondamente influenzata dalla reputazione online, da cosa afferma sui social media e da cosa si racconta di lui sul web. Questo è tanto più vero quando viene applicato alla gestione delle Litigation PR, attività  con la quale si intende gestire la reputazione di un singolo o di una organizzazione complessa allorquando la stessa è minacciata dal coinvolgimento degli attori in controversie giudiziarie.

Le Litigation PR nel mondo anglosassone, secondo una delle definizioni più accreditate, quella di J.F. Haggerty, sono la gestione del processo di comunicazione in modo da influenzare l’esito della controversia legale[1]. Ma sono proprio le differenze ontologiche dei sistemi giudiziari che fanno emergere la fondamentale diversità tra le Litigation PR applicate nel mondo di tradizione anglosassone e la loro applicazione e gestione in Italia, dove di processo mediatico, si inizia a parlare, embrionalmente, nel 1992-1993 con il fenomeno giudiziario da tutti conosciuto come “Mani Pulite”.  Ed è solo nel 2007, con il caso Meredith Kercher, che le Litigation PR appaiono a tutti come una attività della comunicazione riconosciuta, oggetto di ricerche, tesi di laurea e studiate come tema nei convegni, ma non ancora ufficialmente definita dal sistema giuridico italiano. Solo nel 2014 il nostro sistema giuridico ufficializza le Litigation PR, in quella definizione che prende vita dalla pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione[2], la quale suggerisce di definire le Litigation PR come le attività di relazione e gestione dei media in ordine alla difesa della reputazione degli imputati e/o di quanti coinvolti in una vicenda legale o procedimento giudiziario.

Ci troviamo quindi di fronte alla presa d’atto del sistema giuridico italiano che il  “processo mediatico” esiste, e che la rappresentazione dei fatti attraverso i media  si sviluppa in maniera autonoma e parallela – a volte antitetica – rispetto all’accertamento delle responsabilità che avviene nelle aule giudiziarie e, soprattutto, il criterio secondo il quale la rilevanza mediatica delle notizie e il loro potenziale dannoso, giustificano una reazione posta in essere attraverso attività di comunicazione che tutelino la reputazione, reazione che deve essere “tanto più pronta quanto maggiore è il clamore mediatico della notizia lesiva“.

I comunicatori hanno il delicato compito di gestire il rapporto che intercorre tra la spettacolarizzazione delle inchieste ed il diritto alla difesa, e di come le aziende, gli imprenditori e i singoli cittadini  possano tutelare la propria reputazione dopo essere stati condannati sui media e poi assolti in Tribunale.

Questo rappresenta lo spazio nel quale le Litigation Public Relation devono essere concepite, realizzate e gestite dai professionisti della comunicazione.

Da quanto detto sinora, è evidente come le Litigation PR siano tanto più utili e necessarie quanto più la verità mediatica venga sostituita alla verità giudiziaria, divenendo essa stessa verità storica, radicandosi nel tessuto sociale nel quale si svolge e nella memoria collettiva, con un conseguente danno all’immagine, alla dignità umana e professionale ed alla reputazione di difficile gestione, spesso impossibile da recuperare.

Il nodo attorno al quale si sviluppa questa affermazione è rappresentato dalla evidente differenza, sempre più marcata ed in aumento esponenziale, tra la velocità di diffusione delle informazioni sui media e la velocità, o più correttamente i tempi, della giustizia italiana.             E’ noto a tutti come l’accertamento della verità giudiziaria, e quindi storica, a causa delle  inefficienze ed alle discrasie del sistema giudiziario, venga stabilito con tempi molto lunghi mentre la verità  mediatica nasce, vive e si diffonde in tempo reale,  pervadendo l’opinione pubblica e imponendosi come verità assoluta.

I comunicatori, professionisti delle Litigation PR, esercitano le loro attività in quest’area, oggi più chiaramente delimitata e  riconosciuta, con lo scopo di gestire  il conflitto emergente tra le differenti verità, per governare le differenze tra fatti storici e rappresentazione mediatica, tra responsabilità reali e notizie, tra verità storica e verità mediatica e quanto più i comunicatori saranno professionalmente capaci ed eticamente corretti, tanto più verità storica e verità mediatica saranno sovrapponibili e tenderanno all’identità.

In conclusione, l’obiettivo del comunicatore deve essere quello di rafforzare la strategia legale e la teoria del caso per garantire, se non una vittoria, la riduzione dei danni alla credibilità dell’organizzazione e la reputazione del singolo. Per realizzarlo è necessario sviluppare un messaggio, una informazione, una visione che sostenga efficacemente la reputazione e l’immagine del cliente e che questo messaggio sia veicolato correttamente verso i media e da questi verso la corte che emette giudizi e sentenze che non prevedono appello, la Corte dell’opinione pubblica.

[1] J.F. Haggerty, In the court of public opinion: winning your case with public relations, Hoboken, NJ, Riley, 2003.

[2]  Corte di Cassazione – Sezioni Unite, sentenza n. 6827 del 24 marzo 2014 .

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