Elogio della Complessità

Elogio della Complessità

 

Stefano Martello

 

Sullo schermo sfilano le immagini. Un senatore, una giornalista, un docente universitario, uno studente fannullone e due studenti idealisti. Ognuno con la propria verità, con le proprie idee, con la propria disillusione e con il proprio cinismo. Leoni per Agnelli, il (solito) esempio di cinema solido di quel grande intellettuale che è Robert Redford che ha curato la regia e si è ritagliato anche il ruolo solo apparentemente secondario del docente universitario.

Non è un film semplice da seguire; la stessa struttura narrativa è sfaccettata e si alimenta di rimandi che esigono grande attenzione da parte dello spettatore. Riprova ne è il fatto che, pur avendolo visto varie volte, ogni volta (e, Vi prego, non prendetemi per un pazzo) scopro una espressione o un pezzetto minimo di dialogo – a proposito, è imperdibile quello tra il senatore Tom Cruise e la giornalista Meryl Streep, che si dipana lungo tutto il film – a cui non avevo fatto caso.

È un film complesso, perché è complesso il tema trattato, le diverse aspettative in capo alle parti coinvolte che si intrecciano e si scontrano e, qualche volta, sembrano anche trovare un epilogo. La fine di un concetto.

È anche un film, a mio parere, antistorico; non so nemmeno come sia andato ai botteghini ma suppongo che abbia incassato poco, quando è uscito, e che non abbia nemmeno avuto troppa fortuna nel mercato dei dvd. Perché? Perché non offre vie d’uscita praticabili; anzi, non offre nemmeno una risposta ben delineata. Si limita a rappresentare i vari schieramenti in campo.

Con una certa ironia trovo che assomigli a certi Comunicatori che esplorano, con la dovuta lentezza, lo scenario d’azione, includendo in questa analisi tutto ciò che è – direttamente o indirettamente – pertinente. E che potrebbe, in un futuro, manifestarsi, nel bene e nel male. Quei Comunicatori non vogliono sorprese, e non perché siano particolarmente puri di cuore, ma solo perché sanno che le sorprese possono essere gradite (e allora basta armarsi di un buon sorriso) ma anche sgradite. E in questo ultimo caso, lo sforzo è duplice: alimentare un sorriso di circostanza e, nel contempo, rispondere a quella criticità inaspettata.

Il problema, semmai, è quel fiato sul collo, sempre più caldo ed opprimente. Quel bisogno inarrestabile di una strategia ben definita, anche a costo di sacrificare una complessità che può essere rimandata. Che deve essere rilegata in un cassetto.

Assomigliando, così, ad uno spettatore che di fronte ai continui flashback decide di averne abbastanza e molla la postazione o, peggio, a quello spettatore che si concede dieci minuti per bersi una birra o per una telefonata pretendendo poi che gli venga raccontata quella porzione evasa di immagini e di parole.

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