Studi associati o liberi professionisti? Chi ha bisogno di comunicare di più?

La risposta giusta è: entrambi!

Entrambi rappresentano due realtà economiche ben precise nella sfera legale. Due aspetti della stessa professione che può essere legale, fiscale, medica, notarile. Alla cui base risiede ( o dovrebbe risiedere) una scelta legata al modo in cui si vuole curare l’interesse del proprio cliente.

Un libero professionista agisce, diciamo, da solo. Un free lance a tutto tondo che instaura uno stretto rapporto di collaborazione con il proprio cliente. Probabilmente, proprio per questo, non avrà al suo attivo un portafoglio cliente nutrito. Una decisione che porta ad avere tutto sulle proprie spalle, tranne che per quello che può essere delegato ad un assistente o ad una segretaria personale.

Lo studio associato, invece, è un’azienda vera e propria.  Anche dal punto di vista fiscale, amministrativo e quindi gestionale. Ha dei costi senz’altro maggiori del singolo professionista e necessariamente godrà di un portafoglio clienti molto più vasto.

In Italia sono sempre di più i professionisti che decidono di unire le loro forze e le proprie competenze, spinti dalla consapevolezza che insieme è possibile raggiungere molto di più, in termini professionali, di high quality consulenziale, di specializzazione, e quindi anche di prestigio personale.

In entrambi i casi, consulenti free lance o studi professionali, nella società di oggi non è più sufficiente avere una competenza professionale eccellente e basarsi sul passa parola per essere competitivi sul proprio mercato settoriale. Non è più sufficiente avere portato a termine egregiamente casi complessi e difficili o gestire la consulenza di clienti definibili importanti.

Anche in questo ambito professionale, definiamolo settore di competenza consulenziale, è importante sapersi fare apprezzare e conoscere in maniera trasparente, semplice e che generi quel giusto senso di fiducia e rispetto a prescindere la conoscenza diretta che se ne possa avere.

Molti avvocati, così come medici o altri professionisti, sono ancora convinti di riuscire a fare tutti questo da soli. Convinti che generare la reputazione personale, professionale o di uno studio sia cosa facile o scontata. Ancora peggio quando pensano che si tratti di mera “pubblicità” confusa con quello che invece e la gestione delle relazioni e la comunicazione del proprio mondo professionale.  Comunicare se stessi, quello che si fa, come lo si fa, la professionalità che si rappresenta, non è per nulla un aspetto semplice e scontato  da gestire.  E certamente non si pensare di curarne questi aspetti a singhiozzo, ossia “quando capita” senza seguirne un progetto coerente e a lunga durata.

Nei paesi anglosassoni (USA, UK), ad esempio, sono moltissimi gli studi associati che si avvalgono della consulenza di relazioni pubbliche. E lo trovano assolutamente normale oltre che fondamentale nella loro normale gestione dei rapporti con i diversi interlocutori con cui si interfacciano. Dai clienti al sistema finanziario, istituzionale, e via discorrendo.  Ripeto, non si tratta di “fare della pubblicità” (in Italia viene spesso ancora confusa con quello di cui ci occupiamo noi RP) ma piuttosto di curare l’aspetto relazionale, la reputazione dell’azienda professionale, quella indubbia e necessaria reciproca comprensione e conoscenza tra lo Studio e i suoi diversi pubblici e interlocutori. L’obiettivo è questo: creare un’immagine positiva, una reputazione solida e indiscutibile che poggi su quei principi che lo studio individua come suoi binari, stabili ed equilibrati come la fiducia, il forte senso di responsabilità (etica, personale e professionale), rispetto. Lo screening a questo punto potrebbe sembrare un poco più semplice da svolgere. La concorrenza è comunque alta e incessante. Che si può augurare? Vinca il migliore, ma con la migliore strategia di comunicazione!

Amanda Jane Succi

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