Divario di reddito tra professionisti donne e uomini

professionistiSi chiama “differenziale retributivo di genere o gender pay gap” e rappresenta la differenza esistente tra le retribuzioni delle donne e degli uomini nel mondo del lavoro compreso quello delle libere professioni. Il gap retributivo in Italia è ancora molto alto per quasi tutte le categorie professionali. La differenza maggiore si nota tra gli avvocati, dove, nel 2014, le donne hanno percepito 22.070 euro a fronte dei 53.503 euro degli uomini. Ma forti disparità emergono anche per le altre libere professioni come commercialisti e architetti/ingegneri. Le ragioni del divario di reddito tra donne e uomini sono molteplici: le avvocate ad esempio, tendono ad occuparsi prevalentemente di diritto di famiglia, mediazione, ovvero di quei settori definiti “poveri del diritto”, inoltre per cultura generale vi è un minor riconoscimento alle professioniste o minori pretese per l’attività svolta, c’è una propensione a “prendersi” cura del cliente eccessiva, ci sono carichi familiari. A tutto questo si aggiunge un atteggiamento comune alle donne che è quello di non riuscire a riconoscere prima di tutto a se stesse e poi agli altri il giusto valore e il successo meritato. Di questi temi se ne è parlato in un recente convegno a Verona in cui è emerso che le libere professioni in Italia costituiscono il 12,5% del Pil nazionale. La forte disparità economica tra professioniste e colleghi maschi prova, quindi, una perdita del Pil, un problema di sostenibilità del sistema previdenziale, nuove povertà e dipendenze economiche. Dal superamento del divario, quindi, si trarrebbero vantaggi anche per l’economia e per la società. “La percezione che abbiamo di noi stesse non coincide spesso con la percezione, che gli altri hanno di noi – ha detto Silvia Azzini, psicologa e psicoterapeuta – Questa insicurezza si prova per esempio quando riusciamo a fare nel nostro lavoro qualcosa di buono, di importante, quando riusciamo ad ottenere finalmente quel risultato tanto agognato, ma non riusciamo a darci fino in fondo il merito del risultato, come se il successo del lavoro fatto, fosse caduto dal cielo e ci avesse colpito per caso. Questa insicurezza ha a che fare con il valore che noi diamo a noi stesse, prima di tutto come donne, ma senz’altro anche come professioniste. Questo non può non influire sulla difficoltà che abbiamo, a volte, ad essere sufficientemente assertive, capaci per esempio di dare dei limiti ai clienti, di chiedere quello che ci è dovuto per il nostro lavoro, senza vivere dentro tutta una serie di emozioni contrastanti”. Non ci sono ricette facili per superare le insicurezze e migliorare l’autostima ma è importante “conoscerci e accettarci completamente – conclude la psicologa – solo così potremmo essere più serene ed efficaci nella nostra vita, compresa quella professionale”

Collega o nemico?

Collega o nemicoLo scorso 17 febbraio la collega Ada Sinigalia ha pubblicato il post “Professionista, oggi apriresti uno studio?” segnalando un convegno, ma soprattutto sottolineando il diffuso disorientamento di fronte al futuro di tanti professionisti, sia con anzianità nella professione che giovani.

Tutti siamo ben consapevoli che nessun professionista può prescindere dalla tecnologia, ma nel nostro Paese, sia per tradizione che per individualismo diffuso, le cose sono più difficili che in altri Paesi europei che dimostrano invece di essere molto più aperti alle collaborazioni tra colleghi che esercitano la stessa professione.

Dall’esperienza comune emerge che sono tre i principali fattori che continuano a frenare le collaborazioni: l’entità dei compensi, la grossa resistenza all’idea di dover condividere con altri colleghi le proprie politiche economiche ed una riluttanza pressoché insuperabile per i preventivi.
In un periodo dove le risorse economiche sono poche, è naturale conseguenza che i clienti chiedano un preventivo prima di scegliere il professionista, ma ci sono un paio di cose che la maggior parte dei professionisti non ha ancora ben chiaro.  Una di queste è che spesso il cliente non ha idea di quanto potrebbe costargli una consulenza, un parere o un patrocinio, quindi chiede il preventivo per avere un’idea dei costi da sostenere, e la seconda è che raramente sceglie il professionista solo in base al prezzo.

Certo che se il professionista non è rintracciabile online, e il suo nome non spunta nel passaparola, non avrà nemmeno l’ingrato compito di fare un preventivo.
Partendo da casi reali, ricerche sul web, articoli, convegni e dibattiti, sono anni che questo Gruppo di Lavoro porta all’attenzione dei professionisti l’importanza non solo di avere all’interno del proprio studio supporti tecnologici adeguati, ma di avere una presenza qualificante sul web.

Negli ultimi cinque anni c’è stato un buon incremento di nuovi siti web di professionisti, molti dei quali purtroppo sono risultati troppo fai-da-te oppure realizzati da compagnie di telecomunicazioni e quindi quasi sempre non solo inguardabili ma addirittura sminuenti la professionalità dello studio.

In tempi difficili come questi, è naturale che ci siano resistenze ad investire in un buon sito web, in tecnologia e software avanzati, e nel personale qualificato per gestirli, ma ciò che un singolo non può fare da solo, in tanti diventa non solo possibile ma addirittura molto conveniente e remunerativo.

Infatti sarebbe impensabile che nel 2016 un notaio possa rifiutare la stipula di un contratto perché viene chiesto in forma elettronica, eppure è successo solo due settimane fa.
Il motivo? Non è dato sapere, ma quasi certamente all’interno dello studio non c’era nessuno in grado di effettuare la trasmissione per via telematica.

Non si tratta solo di obblighi di legge che impongono trasmissioni telematiche per commercialisti, consulenti del lavoro, avvocati, ingegneri e altri professionisti, il fatto è che obbligano ogni professionista a dedicare molte ore ad imparare cose che non sono propriamente professionali,  ma semplicemente tecniche, per questo, ora più che mai, è indispensabile imparare a delegare.
In realtà dovremmo utilizzare il termine inglese empowerment che ha un senso più ampio di delega: significa delegare a chi ha le capacità di fare ed accetta di assumersi le responsabilità di quella delega, cioè responsabilizzare.

Qui entra in gioco lo studio del singolo in confronto allo studio associato con molti professionisti. Il problema vero è che continuiamo a pensare a spazi molto grandi e ci blocchiamo, finiamo per rinunciare. Ancora non riusciamo a staccarci dall’esperienza legata alla fisicità dei luoghi, non riusciamo ancora a fare nostro il concetto che, grazie al web, possiamo far parte di un grande studio anche se siamo solo in due o tre a lavorare.

Se guardiamo alla Francia, dove al pari dell’Italia, i professionisti mantengono un forte senso corporativistico, hanno superato molto rapidamente l’individualismo che tuttora affligge gli italiani.
Da diversi anni esistono gruppi di commercialisti, esperti contabili e fiscalisti che si sono uniti sotto un unico marchio e operano come una rete professionale, come un unico grande studio con numerose sedi. Sono presenti su territori ben definiti, l’equivalente di due-tre provincie italiane contigue, perché anche loro devono misurarsi con regolamenti e leggi differenti equivalenti alle nostre leggi regionali-provinciali, e quindi sono in grado di offrire consulenza molto puntuale ed aggiornata.
Hanno siti web che permettono di verificare subito quali sono le aree economiche per le quali si può avere assistenza e consulenza (industrie, artigiani, commercianti e servizi con le varie tipologie, associazioni, etc.). Online offrono notizie sempre aggiornate su scadenze fiscali, nuove norme, finanziamenti, convenzioni con associazioni di categoria o di imprenditori.

Hanno persone dedicate a mantenere aggiornato il sito, che si occupano di comunicazione, che rispondono in chat a chi li contatta e chiede informazioni, che offrono assistenza telefonica, predispongono i preventivi, li inviano agli interessati e poi li contattano al telefono per sapere se quello che hanno proposto risponde alle loro esigenze. In genere gli studi riuniti sotto lo stesso marchio non sono più 15-20, ma si tratta comunque di un numero più che sufficiente ad assicurare a tutti i professionisti quei servizi che nessuno studio individualmente potrebbe offrire perché troppo costoso.

Quindi la rivoluzione vera non è il web o il sito in sé, ma ciò che questi strumenti possono offrire a chi riesce a considerare il collega un alleato e non un concorrente che può rubargli lavoro.

Laura Calciolari

Raccontare la “rarità”. Esperti a convegno

Si è tenuto a RomaRRaRoma al Palazzo dell’Informazione il corso Raccontare la “rarità”: malattie rare, pazienti e media, organizzato da Adnkronos Comunicazione, con il contributo non condizionante di Baxalta ed il supporto di HC Training. Moderato da Margherita Lopes (AdnKronos Salute) il corso ha visto gli interventi del Professore Ordinario Medicina interna dell’Università di Padova Carlo Agostini; di Alessandro Capone, Head of Patient Access Baxalta Italia; del Vicepresidente AIP Onlus Andrea Gressani; del Direttore dell’Osservatorio Malattie Rare Ilaria Ciancaleoni Bartoli e del Direttore di Vita Giuseppe Frangi.

Stefano Martello ha seguito il corso in rappresentanza del Gruppo Comunicare le professioni intellettuali. Ecco le sue riflessioni. 

Si è trattato di un incontro sicuramente stimolante, molto ben “costruito” rispetto al panel dei professionisti intervenuti che sono riusciti ad offrire alla platea di giornalisti presenti un quadro informativo graduale ed esauriente (con un particolare approfondimento sulle immunodeficienze primitive), ognuno secondo le proprie competenze.

Nel suo intervento d’esordio, il Prof. Carlo Agostini ha definito le malattie rare (qualificate secondo il Programma d’azione comunitario sulle malattie rare operante in Europa come malattie che colpiscono non più di 5 pazienti su 10.000 abitanti) illustrando contestualmente i numeri. Se nel mondo circa 350 milioni di persone sono affette da malattie rare, solo in Italia si contano 1 – 2 milioni di cittadini che soffrono di tali patologie. Particolarmente insidioso, secondo il Prof. Agostini, è il problema relativo al tempo di diagnosi. In molti casi, infatti, la malattia non viene mai diagnosticata o, addirittura, viene diagnosticata dopo molti anni, con un conseguente abbassamento del livello della qualità della vita del paziente. Si tratta di un tema ricorrente che riguarda anche le 300 forme di immunodeficienza primitiva, con percentuali che arrivano al 90% degli individui affetti da tale patologia che, pur vivendo in Paesi con sistemi e tecniche sanitarie evolute, non ricevono diagnosi esatte, spesso “scivolando” lentamente verso danni irreversibili.

Alessandro Capone si è invece soffermato sul ruolo del Servizio Sanitario Nazionale, evidenziando la crescita della spesa sanitaria con rilevanti effetti diretti sulla salute dei cittadini e, de relato, sulla capacità economica del Sistema Paese. Secondo Capone sono due gli elementi determinanti: l’elemento demografico e quello economico. Rispetto al primo, si registra una aspettativa di vita più alta che genererà – anche e soprattutto rispetto ad uno squilibrio generazionale già in atto – una forte domanda di salute nell’immediato futuro. Rispetto al secondo elemento – una relazione tra spesa sanitaria e produzione del Pil – Capone ammette che si tratta di un argomento ancora controverso, e tuttavia lancia delle alternative interessanti, quando afferma che la riduzione dell’assenteismo può favorire un recupero prezioso di produttività o quando sostiene che il decremento del presentismo (un lavoratore che, pur presente sul posto di lavoro, non riesce a conseguire le performance richieste a causa degli effetti di una condizione patologica) potrebbe migliorare sia la qualità di vita del lavoratore, sia il profilo di competitività dell’organizzazione in cui il lavoratore opera.

Il primo step, secondo Capone, passa attraverso la creazione di un database che analizzi dati sanitari qualificati con metodologie in grado di aggregare situazioni spesso solo apparentemente lontane ma in realtà vicine in uno scenario d’azione complesso e in divenire.

Particolarmente incisiva è stata la relazione di Andrea Gressani che – sottolineando la crescita negli anni e i risultati conseguiti dall’Associazione Immunodeficienze Primitive – ha evidenziato anche il ruolo importante del Terzo Settore nei processi di conoscenza, di informazione e, soprattutto, di sostegno nei confronti di persone che, all’improvviso, vedono sgretolarsi di fronte ai propri occhi le possibilità di un progetto familiare o di un clima di vita sereno.

E proprio sul bisogno di informazioni chiare e qualificate – rispetto ad una percezione di queste malattie ancora non chiara – si è soffermata nella propria relazione Ilaria Ciancaleoni Bartoli che ha sottolineato – anche e soprattutto nella produzione giornalistica – la necessità di alti standard qualitativi con un ricorso a fonti ben comprovate ed il controllo dei trials clinici. Si tratta, secondo la Bartoli, di una relazione intrisa di alta responsabilità, che coinvolge tutti gli attori in campo, non ultime le aziende farmaceutiche ed il mondo della ricerca.

Nel suo intervento conclusivo, il Direttore di Vita Giuseppe Frangi, prendendo in prestito la recente fiction Rai Tutto può succedere, ha evidenziato le tante potenzialità comunicative di un timbro narrativo più caldo ed accogliente, capace di raccontare la patologia anche rispetto all’impatto che ha sulle famiglie dei pazienti, sul cambiamento (spesso improvviso) di ritmi di vita e priorità consolidate. Si tratta di uno spunto importante, al cui interno, però, devono convivere con paritaria considerazione, l’intento emotivo e quello informativo. La responsabilità – non solo dei giornalisti ma anche dei consulenti in comunicazione – è (sarà) quella di individuare forme comunicative più calde e meno impersonali, senza perdere di vista il tema sostanziale di una informazione chiara, ben codificabile da tutti ed efficiente.

In ultima analisi, un incontro particolarmente efficace nell’indagare le tante sfaccettature – mediche, economiche, sociali – che compongono l’argomento.

 

(Stefano Martello)

 

Tessera Professionale Europea: nuova sfida per i professionisti

E’ Hanno Donz, guida alpina austriaca, il primo professionista in possesso della Tessera ProfessioCd06qodUsAAub6Dnale Europea entrata in vigore dal 18 gennaio 2016.

Nella conferenza “Single Market Forum 2015/2016 – European Professional Card” svoltasi a Bruxelles lo scorso 18 marzo, Hanno Donz ha testimoniato di come sia stato facile, per lui, ricevere quella che, in realtà, non è una tessera ma una certificato digitale che, per una guida alpina, vuol dire poter  seguire gruppi di escursionisti da un paese all’altro dell’arco alpino senza intoppi formali e burocratici.

L’introduzione della Tessera Professionale è una delle sfide più impegnative della modernizzazione dedicata alle qualifiche professionali che Martin Frohn, capo dell’unità “Qualifiche e competenze professionali” della Ue, ha dichiarato, nel corso dell’incontro, “un possibile obiettivo estendibile a tutte le professioni regolamentate” mentre, al momento, è entrata in vigore per le guide alpine, gli infermieri, i farmacisti, i fisioterapisti e gli agenti immobiliari.

La Tessera Professionale Europea (EPC), in pratica, è un certificato elettronico rilasciato con la prima procedura europea interamente digitale e si propone di facilitare la libera circolazione dei professionisti rendendo più semplice il riconoscimento delle qualifiche in un altro paese europeo.

Con la EPC, secondo le stime degli uffici europei, aumenterà non solo la mobilità interna, realizzando un nuovo tassello del mercato comune, ma, anche, la tutela per la prevenzione degli abusi, grazie ad un meccanismo di allerta che garantirà protezione di consumatori e pazienti dell’UE, ad esempio, in caso di sospensioni o sanzioni a carico del professionista. Per richiedere la Tessera Professionale Europea, occorre innanzi tutto connettersi a ECAS, il servizio di autenticazione della Commissione europea creando un nome utente e una password. Dopodichè, si può entrare in YOU EUROPE e seguire la procedura.

Quali saranno i vantaggi per i professionisti? Nel corso della conferenza, molti relatori hanno sottolineato come la nuova procedura sia non solo rapida ma, soprattutto, trasparente, così da rendere chiari i criteri con i quali è possibile praticare la propria professione all’estero. Rimangono da sciogliere, però, uhanno donzna serie di nodi che lo stesso Hanno Donz ha indicato come, ad esempio, la richiesta di traduzioni giurate dei documenti o l’obbligo di documentazioni duplicate. Fardelli burocratici che possono appesantire l’iter, soprattutto per quelle professioni che, nei diversi paesi europei, non hanno ugual tipo di regolamentazione come, ad esempio, gli agenti immobiliari.

Nel corso dell’incontro, ho chiesto ai relatori quali fossero le azioni di comunicazione intraprese per diffondere la nuova Tessera. Dalle risposte appare che lo sforzo di comunicazione per la Ue sarà molteplice: un fronte importante sarà quello interno alla associazioni, per offrire con chiarezza a tutti i professionisti coinvolti l’opportunità. Inoltre, a livello nazionale, la Ue  sta cercando di sollecitare gli stati membri affinchè creino appositi sportelli dedicati ( in Romania, il primo già attivo) a fornire informazioni mentre, più in generale, si conta molto sul sito web del progetto, già operativo. Dopo anni di intenso lavoro, appare evidente come nessuno, nella UE, voglia lascia intentato alcuno sforzo per dare gambe questo progetto che ha il punto di accesso più chiaro nel sito Your Europe, dove, oltre ad  informazioni sulla tessera, è anche possibile verificare i documenti necessari per poter svolgere la professione in un altro Paese UE, conoscere le tariffe applicate e i tempi e modalità della procedura una volta presentata la domanda, che, a seconda del Paese, può oggi andare dalla 3 settimane ai 3 mesi.

La sensazione complessiva, nel corso dell’incontro, è quella che sia chiaro a tutti la sfida che ci si prefigge ma che la si consideri, anche, una meta raggiungibile. Appare anche evidente come le professioni che già oggi dispongono di una piattaforma comune di formazione (vedasi le guide alpine) e chiari standard di accesso in tutta Europa saranno facilitate. In sala, molti rappresentanti del mondo delle professioni ingegneristiche, ad esempio, si sono detti favorevoli alla tessera ( in un primo tempo, anche gli ingegneri erano stati inseriti nella prima rosa di  utilizzatori, per, poi, uscirne). E qui, l’equiparazione delle qualifiche (e delle rispettive condizioni di lavoro) si baseranno sempre più non solo su aspetti formali ma, anche, sulla fiducia, ovvero sul reciproco riconoscimento della storia professionale e delle esperienze. Il tema non è di poco conto e, sopratutto, in quest’ultimo periodo, si scontra con un clima macroeuropeo diffidente e guardigno, l’esatto opposto, potremmo dire, di quanto la EPC auspica..

Questo è quanto avviene in Europa. Ma in Italia, a che punto siamo? Da quando è stato introdotto il nuovo strumento di riconoscimento professionale sono ben 170 le richieste nella sola prima settimana, secondo i dati resi noti dalla Commissione europea, con l’Italia che figura al primo posto con 75 domande arrivate sul tavolo delle autorità italiane. Se la guida alpina ha tagliato il nastro del primo rilascio, spetta però ai fisioterapistie, dunque, alle professioni sanitarie, il primato della professione con il maggior numero di richieste.

E proprio su questo tema, al Presidente della federazione Ordini dei Farmacisti Italiani, Senatore Andrea Mandelli, ho chiesto di fare luce partendo da come giudica la scelta di introdurre la EPC per i farmacisti, prima professione ordinistica coinvolta. Per il Senatore Mandelli “è una scelta doverosa aver cominciato con le professioni sanitarie, in linea generale, e con quelle che hanno un intenso e costante contatto con il pubblico, come è il caso del farmacista, che in tutta Europa è il primo referente del cittadino e quello che opera nel presidio sanitario, la farmacia, che ha la più bassa soglia di accesso.”

Un tema di discussione importante è la domanda se la tessera EPC potrà essere uno stimolo nel processo di trasformazione del mercato del lavoro. Secondo Mandelli, “qualsiasi misura che semplifichi la circolazione dei professionisti rende più vicina, anche psicologicamente, la possibilità di andare a esercitare all’estero, per un periodo definito o più stabilmente. In precedenza le pratiche erano senz’altro più complesse e, in molti casi, potevano costituire un ostacolo in più, anche se gli Ordini dei Farmacisti, come quello di Milano, avevano messo in atto procedure per rendere il più rapido possibile l’iter per il riconoscimento del possesso dei requisiti per l’esercizio della professione.”

Non dimentichiamo che la tessera ha anche un valore simbolico..  “E’ vero, – continua  il  Senatore Mandelli –  è il riconoscimento che il singolo farmacista fa parte di una comunità più ampia, quella che comprende tutti i suoi colleghi europei. Non è un aspetto da sottovalutare. Quanto all’evoluzione del mercato del lavoro, è purtroppo innegabile che la nostra professione sta sperimentando per la prima volta in Italia una crisi occupazionale, per effetto di diversi fattori da quelli più generali a quelli più specifici, come il blocco delle assunzioni nel servizio sanitario o le difficoltà economiche delle farmacie di comunità. Per una parte dei nostri professionisti, dunque, trovare collocazione all’estero può essere una soluzione.”

E le comunicazione? “La Federazione degli Ordini – conclude il Presidente della federazione Ordini dei Farmacisti Italiani –   ha dato la massima divulgazione possibile alle modalità con cui ottenere la tessera e gli Ordini provinciali stanno a loro volta informando gli iscritti. Stiamo anche provvedendo a una ricognizione di eventuali esigenze specifiche dei professionisti che vogliono esercitare in altri paesi UE e, se necessario, si potrebbe attivare un percorso formativo ad hoc. In passato alcuni Ordini hanno attivato corsi di inglese scientifico, anche se non mirati a questa eventualità, quindi c’è come sempre la massima apertura alle esigenze degli iscritti.”

Dunque un work in progress che avrà bisogno certamente di tempo e di una costante informazione per poter essere di vero supporto alla libera circolazione delle professioni in Europa.

Per saperne di più

Il link alla richiesta della EPC http://europa.eu/youreurope/citizens/work/professional-qualifications/european-professional-card/index_it.htm

La direttiva europea relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32005L0036&from=IT

Info generali utili http://www.politicheeuropee.it/attivita/19688/tessera-professionale-europea

 

Avvocati al bivio

avvocato_togaAvvocati al bivio: feriti dalla crisi, “condannati” a rilanciare su competenze e tecnologie. Per salvarsi dalla “fungibilità”.

 

Note a margine del 1° Rapporto sull’avvocatura italiana  realizzato dal Censis per conto della Cassa forense.

A Rimini, il 24 settembre scorso, nel corso della XI Conferenza nazionale della Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, Giorgio De Rita, Segretario Generale del Censis, espone una radiografia impietosa della professione forense, anticipando i contenuti del «1° Rapporto sull’avvocatura italiana” realizzato dall’istituto di ricerca per conto della Cassa forense.

E’ indubbio che, anche a distanza di 6 mesi da quella data, persista un’attualità molto preoccupante per la professione forense, che in sintesi, si trova oggi ad affrontare una complessiva perdita di prestigio.

A pensarla così è il 60% degli avvocati italiani, che indicano il calo di reputazione come il primo problema attuale. Anche perché sulla loro efficienza pesa ancora una zavorra strutturale: per il 49% la professione sconta la persistente inefficienza del sistema giudiziario. E il dato, aggiungiamo, non può che peggiorare. Anche alla luce dei trend demografici che testimoniano l’insostenibilità degli attuali sistemi giudiziari, in tutti i Paesi sviluppati.

Scorrendo i dati del Censis, rileviamo che i fondamentali della professione sono solidi, ma l’inefficienza del sistema giudiziario è ancora, come detto, una zavorra. Fatturato dell’attività professionale in calo nell’ultimo biennio per il 44% degli avvocati. Di cui solo il 2% dei ricavi è realizzato sul mercato internazionale, solo il 3% degli studi è specializzato in diritto societario e l’1% in diritto internazionale: spazi di mercato da presidiare di più e meglio. E solo il 26% ha un proprio sito web e appena il 5% interagisce online con i clienti: un ritardo digitale imbarazzante.

Questi pochissimi dati iniziali, sono rivelatori – per l’esperienza che abbiamo maturato sul campo – del nocciolo del problema. Scarsissima internazionalità, competenze ancora e sempre focalizzate in aree troppo fungibili come il contenzioso (pertanto più soggette all’affollamento e al dumping sugli onorari) civilistico, rispetto al diritto societario, un uso inesistente degli anche minimi strumenti di comunicazione.

Una professione dai fondamentali solidi, ma ferita dalla crisi. L’anteprima dei risultati dell’indagine del Censis (il Rapporto completo dovrebbe essere imminente) si basa sull’autopercezione di un campione di circa 8.000 avvocati e restituisce una fotografia dell’avvocatura italiana che esce molto provata dalla crisi degli ultimi anni. Le motivazioni professionali sono solide. Il 51% degli avvocati ha scelto di fare la professione per passione e il 29% l’ha vissuta come la realizzazione di un sogno: molti più di quanti sono diventati avvocati per caso (23%), in cerca di lauti guadagni (16%) o perché figli di avvocati (8%). Ma la professione forense ha subito i pesanti effetti della crisi economica. Solo il 30% degli avvocati italiani è riuscito a mantenere stabile il fatturato dell’attività professionale nell’ultimo biennio, per il 44% è diminuito (e la percentuale sale al 49% tra gli avvocati del Mezzogiorno), mentre il 25% lo ha visto aumentare.

Una pratica professionale ancora a bassa specializzazione. In base alla radiografia realizzata dal Censis, quella degli avvocati è una professione ancora fortemente organizzata su base individuale. Due avvocati su tre (il 67%) sono titolari unici dello studio. A prevalere è l’attività giurisdizionale, che assorbe il 66% del fatturato complessivo, contro il 29% che proviene dall’attività di consulenza e assistenza stragiudiziale, e il 5% dalle mediazioni e dagli arbitrati. E la professione appare ancorata a una generica specializzazione civilistica. Il 54% degli avvocati dichiara come prevalente la specializzazione in diritto civile, l’11% in materia penale, il 9% in diritto di famiglia (ma tra le donne avvocato la quota sale in questo caso al 14%), solo il 3% in diritto societario e appena l’1% in diritto internazionale. Solo l’11% degli avvocati indirizza la propria attività verso servizi specializzati.

Una clientela soprattutto per passaparola. La clientela è strettamente «di prossimità», visto che il 74% del fatturato deriva da clienti localizzati nell’ambito cittadino o provinciale, e solo il 2% proviene dal mercato internazionale. L’assistenza legale guarda prevalentemente alle persone fisiche, da cui deriva il 52% del fatturato totale, contro il 27% proveniente dalle piccole e medie imprese, l’8% dalle grandi aziende, il 7% dagli enti e dalle amministrazioni pubbliche, e il 6% da altre persone giuridiche private (associazioni, sindacati, ecc.). Tra le modalità di accesso agli studi degli avvocati prevale il passaparola tra i clienti basato sul rapporto fiduciario con il professionista (funziona nell’87% dei casi), nel 76% giocano le relazioni personali e familiari.

Gli ostacoli allo sviluppo della professione. Tra le principali difficoltà denunciate dagli avvocati figura al primo posto il mancato o ritardato pagamento da parte dei clienti, lamentato dal 79% dei professionisti interpellati. Il 66% indica il peso crescente degli adempimenti burocratici, il 45% il calo della domanda per le proprie prestazioni, il 26% punta il dito sulla concorrenza sleale da parte dei colleghi che si fanno pagare in nero o offrono consulenze professionali senza avere i titoli e le competenze necessarie.

Il ritardo nei servizi digitali. La grande diffusione delle tecnologie digitali anche nel sistema della giustizia non ha ancora trovato spazi significativi di investimento da parte degli studi legali. Oggi solo il 26% ha un proprio sito web a scopi promozionali e, fra questi, solo il 5% lo usa per interagire con i clienti. Ma il miglioramento organizzativo e l’innovazione tecnologica sono la principale priorità per i prossimi due anni indicata dagli avvocati, preceduta solo dall’ampliamento del mercato.

La domanda di rappresentanza e di welfare professionale. Il 74% degli avvocati pensa che la formazione dei giovani dovrebbe essere una specifica area di intervento della Cassa forense. Elevato è il bisogno di rappresentanza e di un welfare professionale, al punto che il 78% degli avvocati ritiene che il nuovo regolamento della Cassa, che stabilisce i criteri per la fruizione dei servizi di previdenza e assistenza, sia uno strumento importante per rispondere alle esigenze dei professionisti. Il 65% è d’accordo sulla destinazione degli investimenti della Cassa per il finanziamento di opere e interventi a sostegno della ripresa economica del Paese.

La radiografia dell’avvocatura italiana, peraltro comune a molti altri ambiti professionali, mette dunque in luce una precisissima graduatoria delle principali tematiche critiche da focalizzare (comprendendole) e risolvere. Vediamole, per brevi punti:
– c’è un tema di autopercezione, psicologico. Le grandi professioni mature, stanno facendo una fatica improba a ridefinirsi secondo modelli più coerenti allo spirito dei tempi. Annaspano fra segnali di “condanna” al rinnovamento e resistenze su posizioni di retroguardia. Se volessimo mutuare da un famoso detto “lei non sa chi sono io”, si potrebbe dire “lei non sa chi ero io”. Questo si riverbera enormemente nelle attività di sviluppo, dove dal passaparola non si riesce a fare il salto verso quel doveroso e necessario tema di cercarseli i clienti, con attività e strumenti di marketing pensati e addottati.
In tutto ciò vi è infine e non meno importante il tema della solitudine, per professioni ancora fortemente organizzate su base individuale.
– c’è un tema di prodotto. E di obiettivi di business. Dove a fronte di una forte banalizzazione (fungibilità, in linguaggio giuridico) dell’offerta di competenze, che si ripercuote sulla tenuta degli onorari e del fatturato, non c’è ancora una reazione evidente, che vada nella direzione di prodotti di consulenza più specializzati e quindi unici. O infungibili. Quelli che una certa domanda cerca, apprezza ed è disponibile a pagare meglio.
– c’è un tema di strumenti. Che siano di comunicazione, che siano di comprensione sulle nuove e maggiormente profittevoli competenze, che siano sui processi di unione e internazionalizzazione, poco importa. Perché se allarghiamo il perimetro, il professionista si sente ancora più sperduto.
– c’è un tema di contesto, esogeno. Il Paese, i suoi ritardi, le sue malattie croniche. Che andrebbero curate, come tutte le malattie, con la prevenzione. E la prevenzione, fatalmente e forzosamente, dovrà condurci alla risoluzione delle liti prima di averle portate al cospetto dei giudici e nelle aule dei Tribunali.

Quanti professionisti, professioni, imprenditori, si trovano da lungo tempo nel dibattito dell’avvocatura?
E certamente non consola una recentissima dichiarazione di Christine Lagarde, Presidente FMI, all’ultima edizione del World Economic Forum a Davos, che con la consueta eleganza propone “la mediocrità potrebbe essere e per lungo tempo la nuova normalità”.

Per approfondimenti: http://www.cassaforense.it/media/4240/rapporto_censis_marzo2016.pdf

Testo realizzato da Federica Delachi

Giornalista pubblicista e imprenditrice della comunicazione, dal 2015 ho intrapreso un nuovo entusiasmante capitolo professionale fondando l’agenzia di Societing & PR Chapter4.

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CanestriniLex.com, quando l’avvocato si trova online

19Nicola Canestrini, avvocato del foro di Rovereto, penalista con vocazione internazionale: tutto – più o meno – quello che dovete sapere di lui è su www.canestrinilex.com e sui suoi profili sui social network.
Sì, perché Nicola non è solo profondamente innamorato del suo lavoro, ma lo è tanto da non perdere nessuna occasione per condividere informazioni relative a diritto, giurisprudenza e avvocatura. Modus operandi che va ben oltre le normali attitudini di un professionista, che lo ha portato in brevissimo tempo a diventare uno degli avvocati italiani più cliccati del web.
Lo abbiamo intervistato proprio sul tema della comunicazione della sua professione e del suo settore, come una best practice che potrà essere d’ispirazione non solo per i suoi colleghi avvocati, ma anche per noi comunicatori, a cui ha lasciato spunti davvero interessanti ed un suggerimento valido per approcciare più correttamente il mondo delle professioni.*

Nicola, per cominciare, parlaci di come attualmente viene utilizzata la comunicazione nel tuo settore, dai tuoi colleghi avvocati.

Posso tranquillamente affermare che gli avvocati, generalmente, non comunicano la propria professione e che la comunicazione rimane per loro un territorio inesplorato. Ciò è dovuto da un lato a una sorta di pigrizia, una scarsa capacità di adattarsi alle nuove logiche di mercato, che imporrebbero di superare la datata convinzione di trovare clienti per conoscenze o passaparola. Ora, anche i nostri clienti sono più selettivi, e mi sento di dire che la maggior parte degli avvocati ancora non sa cogliere questa nuova sfida.
Non ho mai pensato di aspettare che i clienti entrassero autonomamente nel mio studio, ma da sempre sono andato a cercarli, o meglio: ho fatto in modo che loro mi trovassero.
Parlo di Internet: la rete, che potrebbe essere colta come una risorsa per arrivare ai clienti, viene invece guardata con diffidenza perché non se ne conoscono bene i meccanismi.
Dall’altro lato, non nascondo che ciò sia in larga parte legato a una lettura fuorviante del Codice Deontologico Forense, che parrebbe vietare l’utilizzo di siti e canali di comunicazione non di proprietà ma intestati a terzi. Ma sarebbe impossibile e totalmente anacronistico non tenere conto delle novità in ambito tecnologico, e culturale, che hanno investito anche il settore dell’avvocatura. La comunicazione di informazioni di contenuto professionale è, in realtà, consentita dal Codice, su qualsiasi mezzo purchè nel rispetto delle regole poste, fra cui: essere trasparente e di immediata riconducibilità al professionista, veritiera e corretta, non equivoca o ingannevole, non comparativa, non suggestiva.

Tu fai un uso massiccio della comunicazione online: quando ti sei reso conto che il digitale era così potente? Come è diventato il tuo canale di comunicazione privilegiato?

Ho cominciato un po’ per caso, nei primi anni 2000, “smanettando” con i codici html. Ho provato a risolvere il problema dell’archiviazione delle informazioni, contenute allora in montagne di carta che, una volta stampata, puntualmente non veniva mai riconsultata: ho cominciato a salvare le sentenze e linkarle sul sito in una sezione di archivio. Così, a partire da una mia esigenza, ho compreso che conservare questo materiale poteva avere una concreta portata informativa, che poteva diventare un servizio per chi lo leggesse, e da qui ho cominciato a condividere contenuti finalizzati alla mia comunicazione professionale.
Ora il sito web canestrinilex.com contiene un bilanciamento fra contenuti di servizio, che il pubblico ricerca attivamente, ed altri da me proposti che contribuiscono a definire il mio posizionamento.

Consultando il tuo sito e gli altri canali di comunicazione si ha l’impressione che tu abbia a disposizione, come base della tua strategia, un vastissimo flusso di contenuti da te scelti, elaborati, condivisi e commentati. E’ corretto?

Sì è vero, ho a disposizione una gran mole di contenuti propri del mio settore, ma credo che a fare la differenza della mia strategia di comunicazione non sia la quantità di materiale che condivido, ma la qualità di esso, guidata dalla mia specifica vision, ovvero il mio “occhio” nello scegliere e proporre.
Ad esempio, un articolo che parla di parcelle e spese legali ha altissime potenzialità di essere letto, commentato e condiviso – poiché una delle cose che interessa maggiormente ai potenziali clienti, e che quindi cercano in rete, è sapere quanto si spende nel rivolgersi ad un avvocato. Quindi, in un post o in una pagina web io glielo spiego, e così facendo attiro traffico sul mio sito, perché si tratta di un contenuto popolare.
Dall’altro lato cerco di proporre contenuti “di qualità”, da me scelti e selezionati, a volte provenienti anche da fonti “non istituzionali” (un report di un giornalista, una ricerca, l’articolo di un blogger), spesso di respiro internazionale, che mi servono per affermare il mio posizionamento professionale. Ad esempio, interessandomi di libera manifestazione del pensiero, sono io che propongo un contenuto, lo condivido generalmente accompagnandolo con una mia riflessione o interpretazione; da qui si genera un flusso di interazioni che contribuisce a consolidare la mia posizione su quell’argomento, ad aumentare la mia notorietà in relazione a quel tema, a garantirmi – credo – competenza ed autorevolezza.

Come gestisci operativamente i molteplici canali che utilizzi?

Il sito web è il fulcro della comunicazione: ho scelto di utilizzare un brand name sia perché trovo che abbia maggiore forza nell’identificare la mia attività rispetto al mio nome e cognome, ma anche perché ritengo importante promuovere non la mia esclusiva professionalità, bensì quella di tutto lo studio.
Utilizzo i social network per portare i lettori al sito; utilizzo anche il mio profilo personale per condividere i post del profilo dello studio, pur differenziando nettamente il personale dal professionale.
Cerco di tenere una linea coerente sui diversi strumenti: ho scelto di non replicare automaticamente gli stessi contenuti su tutti i canali – a parte per Twitter, che ammetto di non padroneggiare particolarmente bene, per cui ho attivato la pubblicazione automatica dei post di Facebook: una scelta che ovviamente mi penalizza un poco, dato che ho solo poche centinaia di follower.
Su LinkedIn invece, ho deciso di intercettare un pubblico internazionale, quindi scrivo solo in inglese. I primi post parlavano di estradizione e mandato d’arresto europeo, in seguito ho ampliato la pubblicazione ed ho visto il pubblico crescere. Spesso anche i lettori italiani condividono i miei post in inglese! Questo mi fa pensare che, per una buona fetta di pubblico e su temi specifici, siano indifferenti la lingua o l’ambito nazionale in cui scrivo: se è un contenuto di qualità viene condiviso a prescindere.
Con questa strategia, nel tempo, ho fidelizzato il mio pubblico, che guarda alla mia comunicazione come autorevole, utile e condivisibile, e con cui posso avere uno scambio qualitativamente elevato.

Il modo in cui comunichi garantisce buoni risultati allo sviluppo della tua attività professionale?

Assolutamente sì: basti sapere che se il settore negli ultimi due anni ha subito una flessione negativa, nello stesso periodo il fatturato del mio studio non ha fatto che aumentare. Uno dei primi, e più remunerativi, incarichi che ho avuto è arrivato tramite un contatto in rete, con un collega straniero che aveva letto sul sito una mia ricerca sul tema del divieto di essere punito due volte per lo stesso fatto, che comparava gli ordinamenti tedesco ed italiano tenendo conto delle direttive europee.
Quando chiedo a questi colleghi stranieri perché contattano proprio me, mi rispondono che è perché canestrinilex.com è l’unico sito di un avvocato penalista italiano tradotto in inglese! Il che accade già da qualche anno.
Questo rappresenta per me un solido vantaggio competitivo, perché se è vero che esistono studi legali con buoni siti e strategie di comunicazione di respiro internazionale, si tratta tipicamente di studi di diritto commerciale, già avvezzi ad un ambito di lavoro trans-nazionale, frequentemente con sedi non solo in Italia, ma anche all’estero.
Saper comunicare in inglese e in tedesco è per me un tratto distintivo rilevante, per affermarmi oltre la dimensione prettamente locale o nazionale.

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Forse molti tuoi colleghi hanno la sensazione che dietro a una così fitta attività di comunicazione stia una gran mole di lavoro, di studio e ricerca, che non riuscirebbero a gestire, o che non ritengono una loro competenza. Che ne pensi?

Quella di comunicare è una scelta che qualsiasi avvocato può intraprendere: come è possibile dedicare qualche minuto quotidiano alla formazione e all’aggiornamento, leggendo e consultando pubblicazioni di riferimento per il settore, è possibile anche condividere online queste informazioni. Abbiamo a disposizione una gran mole di materiale grezzo, che sono le sentenze, che possono essere facilmente ripubblicate, condivise, spiegate e commentate, per dare agli utenti utili informazioni di servizio. E le sentenze sono talmente ricche di parole chiave che hanno un’indicizzazione pressochè immediata! Consiglio ai colleghi che intendano cominciare a comunicare la propria professionalità di partire proprio da qui.
Non è difficile nemmeno tecnicamente: quando ho cominciato, lavorare con le pagine web era piuttosto complicato, ma ora abbiamo a disposizione tutti gli strumenti per fare una content curation professionale in pochissimo tempo e in modo semplice, con un buon ritorno.
Per questo quando qualche collega mi chiede “Ma come fai? Ma quanto tempo ci dedichi?”, io rispondo “Mezz’ora al giorno”. Un secondo consiglio è essere costanti: i risultati dell’attività di comunicazione non si possono attendere nell’immediato, ma vanno valutati nel tempo di almeno un anno.

Quanto conta la tecnologia nel sostenere l’attività di comunicazione online?

Molto: è chiaro che la “macchina”, ovvero il sito web, deve essere abbastanza potente da supportare la strategia. Il sito canestrinilex.com raggiunge 150mila accessi al mese perché è totalmente Google friendly: spesso chiedo a clienti come mai si rivolgono a me, e le risposta non è “per conoscenza, per passaparola”, ma perché mi hanno trovato su Google, accostando la ricerca di “avvocato” all’argomento giuridico al quale sono interessati. Ciò accade sia per clienti locali che provenienti da fuori città o fuori regione, e fa capire che in internet si cerca soprattutto a partire dal proprio bisogno, e che il professionista viene trovato per le competenze che “espone” sul web.
Non ha davvero più senso l’utilizzo di obsoleti strumenti di comunicazione quali i siti-vetrina proposti, ad esempio, da operatori dei vecchi elenchi telefonici: costano cifre improponibili, sono tutti uguali, mal progettati, nemmeno sempre accettabili dal punto di vista grafico e estetico. Con questi strumenti non si comunica professionalità e competenza, ma noncuranza rispetto al mercato e trascuratezza nel presentare il proprio servizio, mentre basterebbe pubblicare poche foto di sé per comunicare in modo più personale e riconoscibile i propri tratti distintivi.
Ribadisco, comunque, che la tecnologia rappresenta il motore della comunicazione, ma non è possibile prescindere dai contenuti: è controproducente avere una funzionale e bella scatola, se l’ultimo post è di sei mesi prima! Se non c’è contenuto non c’è comunicazione.

In questo tuo massiccio utilizzo della comunicazione riscontri difficoltà o criticità?

Una criticità è rappresentata dal fatto che un utilizzo così vasto dei canali di comunicazione genera un importante flusso di informazioni da gestire, che richiede tempo e impegno: se solo un 10% di questo flusso si trasforma in lavoro, il 90% non può comunque essere ignorato. Il social network è un flusso di relazioni, e la cura del cliente deve avvenire anche lì. Nonostante io scriva che non fornisco consulenze online, a richieste che mi arrivano sulla pagina Facebook dello studio o sul mio profilo personale devo rispondere nel modo adeguato, perché so benissimo che non rispondere potrebbe essere interpretato come un disservizio e originare un commento negativo. Spesso fornisco una risposta breve, linkando qualche approfondimento, e in cambio solitamente chiedo una recensione.
E’ in questo modo che, in buona parte, costruisco una positiva reputazione online, perché sappiamo che anche Google premia le recensioni positive!
Anche le critiche vanno gestite con una risposta appropriata e corretta. A questo proposito mi piace citare il sito avvo.com, una specie di TripAdvisor sugli avvocati degli Stati Uniti. E importante chiedersi: di chi si fida di più il cliente? Del professionista che racconta di sé sul suo sito, o di un suo pari che lo recensisce su un sito dedicato? Le recensioni hanno e avranno sempre maggiore importanza nelle scelte di acquisto, anche di un servizio, e credo questa sia una realtà a cui anche noi avvocati italiani dovremo far fronte, prima o poi.

Come ti adegui alle sempre nuove tendenze della comunicazione online?

Credo sia abbastanza evidente che il pubblico cerchi sempre nuovi tipi di contenuti. Da parte mia, mi rendo conto che il sito del mio studio è già “vecchio”, e mi sto occupando proprio ora del suo restyling puntando in misura maggiore su contenuti visuali come immagini e clip video – sempre materiale da me curato – soprattutto per rispondere alle esigenze di chi naviga da mobile: non sarà necessario dedicare molto tempo alla lettura ma si potrà trovare e conoscere a colpo d’occhio le informazioni che interessano. Sto quindi ristrutturando alcuni articoli con testi chiari e semplici, frasi più brevi, titoli più evidenti. Per quanto riguarda i contenuti video: chi non troverebbe comodo trovare la spiegazione di una questione di suo interesse in una clip di due minuti e mezzo? Mi piace pensare di dare ai miei lettori un servizio efficace e utile. C’è ancora qualche collega che pubblica il suo listino prezzi in pdf… e magari sotto sotto è convinto che la comunicazione via web sia inutile!

Vedi un possibile ulteriore sviluppo per la tua comunicazione professionale?

Mi piacerebbe che canestrinilex.com diventasse, da brand legato al mio studio, un mezzo di informazione e divulgazione sui temi del diritto, della giurisprudenza e dell’avvocatura: una rivista online che offra informazioni qualificate, sia per il pubblico che per i colleghi avvocati, ma anche per i magistrati.
Non mi creerebbe nessun problema la condivisione e fruizione gratuita delle informazioni, per questo non imporrei nessun vincolo di registrazione. Siamo in un’economia della condivisione della conoscenza, e aumentare la conoscenza favorisce certamente una positiva crescita del sistema.

Nella tua opinione, come possiamo noi comunicatori supportare correttamente voi professionisti nell’attività di comunicazione?

Sono convinto che una buona prospettiva per voi comunicatori sia la specializzazione in ambiti specifici, settoriali, quasi in nicchie. In maggior misura il consulente in comunicazione è competente nell’ambito d’azione del suo cliente, in maggior misura egli potrà affidargli con fiducia la gestione dei contenuti, fino a poter delegare totalmente l’attività di comunicazione. Per me, il consulente ideale dovrebbe essere un esperto di diritto e giurisprudenza, in modo da essere in grado di aiutarmi a produrre contenuti adeguati e rilevanti. Credo che l’esistenza di professionalità di comunicatori specializzati e formati ad hoc, come ad esempio il consulente in comunicazione della professione medica o lo sviluppatore di siti web specifici per avvocati o commercialisti, potrebbe contribuire ad attirare noi professionisti verso uno sviluppo maggiore e più consapevole dell’attività di comunicazione.

 

Intervista realizzata da Stefania Cipriani

Communication strategist e rp professional, socia FERPI, vivo e lavoro a Rovereto, in Trentino. Progetto e coordino strategie di comunicazione per PMI e startup. Mi trovate su www.stefaniacipriani.com

“Professionista, oggi apriresti uno studio?” Esperti a convegno

Studio professionaleSi terrà il 26 febbraio il convegno “Professionista, oggi apriresti uno studio?” a Milano al Centro Servizi Banca Popolare di Milano, Sala conferenze – via Massaua, 6. Il Convegno dalle 9,30 alle 13,30 sarà l’occasione per presentare i risultati della Ricerca 2015/2016 dell’Osservatorio Professionisti & Innovazione Digitale, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e per provare a rispondere a una serie di domande. Ad esempio:

  • Come procede la digitalizzazione degli Studi di Avvocati, Commercialisti e Consulenti del Lavoro?
  • Su quali tecnologie gli Studi investiranno nel breve periodo?
  • Quali sono i modelli organizzativi e di business che risultano trainanti grazie al digitale?
  • Qual è il pensiero delle professioni giuridiche d’impresa in merito alla digitalizzazione del Paese?
  • Quanto valgono le avanguardie digitali nel mondo delle professioni giuridiche d’impresa?
  • Quali segmenti delle singole professioni corrono maggiori rischi?

Del resto la rivoluzione digitale sta investendo anche le professioni giuridiche d’impresa come avvocati, commercialisti e consulenti del Lavoro. Oltre 300mila Professionisti, organizzati in più di 150mila Studi, dialogano con almeno 3,5 milioni di aziende, prevalentemente di micro e piccola dimensione. Per conto dei Clienti, presidiano delicati processi lavorativi aziendali: amministrativi, fiscali, contrattuali, giuslavoristici, di gestione e recupero del credito, fungendo anche da anello di congiunzione tra impresa e Pubblica Amministrazione. Il convegno rappresenta quindi un momento per fare un’analisi del contesto italiano e per fare una serie di riflessioni.

L’edizione 2015-2016 dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale è realizzata con il supporto dei seguenti Enti/Organizzazioni: Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, Consiglio Nazionale Forense, Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Agenzia per l’Italia Digitale, Associazione Dottori Commercialisti Bologna, Associazione Italiana Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, AIFAG, ANORC, Circolo dei Giuristi Telematici, Comufficio, U.na.p.p.a. associazione, UNGDCEC, Consorzio XBRL Italia; Banca Popolare di Milano, Magnacarta, Passepartout, Sistemi, Studio boost, Telecom Italia, Unappa Servizi, Wolters Kluwer Italia, Zucchetti; EUTEKNE, Ixitaly.

Per maggiori informazioni: www.osservatori.net