Presenza dei professionisti sul web. Qualche consiglio utile

webCosì come le aziende, anche i liberi professionisti devono rivedere periodicamente la loro presenza sul web. Alcuni consigli utili possono migliorare la propria strategia di comunicazione e raggiungere maggiori risultati.

  1. Sito responsive. La tendenza consolidata in questi ultimi anni è il responsive web design, ossia la necessità di creare un sito che si adatti ai vari formati. Un sito web responsive è un sito intelligente perché è in grado di cambiare il proprio layout e i propri contenuti a seconda del dispositivo dal quale si accede. Il sito, infatti, si adatta automaticamente alla grandezza dello schermo, al suo orientamento, alla risoluzione.
  1. Contenuti originali. “The contest is king”. Vale ancora questa frase che da qualche anno si usa per parlare di SEO (l’ottimizzazione sui motori di ricerca) e per rimarcare che il valore aggiunto di un sito o della presenza sui social network è data dal creare testi originali e interessanti per i propri utenti.
  1. Immagini professionali. Per un sito professionale o un blog è importante usare immagini adeguate che rappresentino il contenuto del sito o di un post. Immagini simpatiche o divertenti è meglio lasciarle per altri contesti più personali.
  1. Video. Sono sempre più apprezzati brevi clip che riprendono il professionista mentre parla di un argomento attuale e interessante per la clientela. E’ un modo per umanizzare un sito web o un blog e per avvicinare il professionista a potenziali clienti così da gettare le basi per ottenere una buona percentuale di fiducia.
  1. Aggiornare i social network. Dedicare un po’ di tempo ad aggiornare i social media è importante. Pensiamo a un profilo Linkedin compilato solo in parte o a una fan page di Facebook senza informazioni utili o post da lungo tempo. E’ importante ritagliarsi un po’ di tempo per dare notizie e aggiornare la rete. Il tutto senza mai dare l’impressione di vendere, altrimenti lo sforzo può rivelarsi controproducente.

La foto in costume da bagno

manzoUn paio di settimane fa mi è arrivata la richiesta di entrare a far parte della rete professionale su Linkedin da parte di un professionista. Non lo conoscevo di persona così, prima di accettare, sono andata a vedere il suo “profilo”.
Appena è spuntata la sua foto sono stata assalita da un moto di puro raccapriccio: vedevo un uomo di circa 50 anni con occhiali scuri e in costume da bagno!
Il fisico non è sindacabile perché ciascuno può essere più o meno attraente, ma la posa e l’immagine nell’insieme sarebbero state molto più adatte ad un sito di incontri sentimentali (no, forse più adatto al porno) che ad un network professionale.

Prima di superare lo sconcerto per la foto e rifiutare tout court il suo invito, l’ho cercato su Facebook e anche lì, dove ha una pagina professionale -non personale- c’era la stessa foto in costume da bagno.
Quella pagina, a dire il vero, di professionale aveva ben poco: rarissimi post, errori di battitura e qualcuno di grammatica, commenti ammiccanti alla sua vita personale (non professionale) da parte di amici/clienti.
Proseguo con la ricerca all’interno del profilo (ovviamente pubblico) e scopro che ha 71 anni. Guardo meglio la foto, e sì, in effetti si nota dal contesto e dai colori che è la scansione di una foto cartacea di almeno vent’anni fa!

Decido di verificare se è davvero un commercialista e lo cerco all’ordine della sua provincia: c’è. Giuro che avrei preferito fosse un profilo falso, nell’interesse di tutta la categoria dei professionisti.

Chiudo facebook e torno al suo profilo su Linkedin. Mi faccio forza e scorro occupazione, studi, specializzazioni. Un curriculum di tutto rispetto, ammesso che sia tutto vero, ma allora perché presentarsi con un villoso torso nudo e in costume da bagno?

Cerco il suo sito web: non c’è.  Se tanto mi dà tanto, forse è meglio così.
Però vorrei saperne di più su di lui e guardo se abbiamo qualche conoscenza in comune su Linkedin: nessuna!
Da un lato sorrido perché mi sento rassicurata, dall’altro sono un po’ delusa perché avrei voluto chiedere informazioni su di lui. Resterò con una sfilza di punti interrogativi. Decido di cancellare la sua richiesta e via.

Ciascuno è libero di scegliere la foto che più gli piace, ma partendo dall’assioma che ogni azione è comunicazione, possiamo concordare sul fatto che ogni immagine è comunicazione all’ennesima potenza?
Ma allora se è così, perché ha voluto proporre la sua immagine di “manzo” stagionato invece di quella professionale con un vestito addosso?

Stavolta ho parlato di un uomo, ma la stessa situazione mi è capitata anche con le professioniste donne: scollature abissali, prendisole e costumi da bagno micro, pose sexi, trucco stile Moira Orfei, ambientazioni casalinghe, minigonne inguinali: anche questi direi che non sono classificabili come immagini di uno stile professionale.

È sempre vero che, fintanto che una persona non parla, anche se ha un’espressione da ebete, non si può valutare se è realmente stupida o meno.
Però mi chiedo: chi è in cerca di un professionista e lo trova su internet raffigurato in foto che -per la media corrente- non sono in linea l’idea che ha di “professionista”, secondo voi lo contatta oppure no?

Quindi un suggerimento: verificate le vostre foto online. Fate una ricerca sul vostro nome e controllate se per caso non valga la pena di eliminarne qualcuna e pubblicarne una recente che sia piacevole, non pretenziosa e che vi “somigli” davvero.

 

Professionisti. Il futuro sarà più roseo con marketing e diversificazione dell’offerta

UHOOZEEna recente indagine condotta dal marketplace Houzz, che mette in contatto domanda ed offerta nei settori dell’arredamento, progettazione e ristrutturazione di interni ed esterni, ha tastato il polso ad oltre 8.700 professionisti di 13 Paesi, tra cui l’Italia, chiedendo un giudizio sul livello di soddisfazione per l’attività svolta nel 2015 e le aspettative per l’anno in corso.

Sebbene si tratti di un dato parziale, che ha visto la partecipazione dei soli iscritti, possiamo innanzitutto vedere che, nel nostro Paese, il 42% dei professionisti intervistati ha registrato un aumento del reddito lordo durante lo scorso anno, mentre solo il 29% ha ottenuto anche un incremento nei guadagni. Quest’ultimo dato è stato influenzato dall’aumento dei costi sostenuti per esercitare il proprio business, indicano il 38% degli intervistati.  Ma cosa si aspettano dal futuro?  Oltre la metà (51%) degli intervistati, ritiene che nel 2016 i profitti netti registreranno una crescita, mentre il 54% è convinto che nel 2016 aumenteranno anche i ricavi lordi. Il 13% si aspetta un aumento del 10-14%.

Un aspetto interessante, che attiene al tema di questo blog, sta nel modo attraverso il quale i professionisti contano di incrementare il proprio business.  Dalla ricerca, il 61% si affida ad attività di marketing e vendita, come per esempio proprio l’utilizzo di piattaforme online per dare visibilità ai propri lavori. Ma quanti professionisti, oggi, sanno porsi in maniera efficace su questi strumenti? Scorrendo le sempre crescenti opportunità che il web offre, ci si accorge facilmente che, ancora oggi, molti studi professionali stentano con fatica a comprendere le logiche che sottendono una presenza online. Abbondano ancora le terminologie tecniche, spesso incomprensibili agli occhi del potenziale cliente e l’utilizzo di immagini non ottimizzate o non coerenti al proprio servizio (senza dimenticare l’utilizzo di immagini di altri senza citazione della fonte), solo per fare qualche esempio.

Un altro aspetto segnalato dagli intervistati è la diversificazione dell’offerta, ovvero la creazione di nuovi prodotti e servizi (54%). Anche in questo caso, è importante affrontare in maniera consapevole e organizzata la propria crescita passando necessariamente da una programmazione che non può prescindere da una comprensione profonda delle proprie peculiarità, del proprio mercato e delle opportunità che, l’evoluzione della domanda prospetta. La diversificazione è vincente solo se risponde chiaramente ad un bisogno presente non quando appaga l’ego del professionista.

La ricerca, infine, punta l’attenzione sulla creazione di partnership con altre imprese (49%) come opportunità per incrementare il lavoro futuro. Un’occasione, quella di fare rete, che, in Italia, si scontra spesso con una diffusa sensazione della poca capacità di fare “squadra”. Su questo tema, si è scritto molto.  Una buona partnership parte sempre da una buona comunicazione. Collaborare vuol dire, infatti, mettere in comune idee, servizi, contatti e relazioni. Senza un atteggiamento positivo, senza fiducia reciproca tutto questo non si può realizzare. E poco vale il fatto che, sulla carta, la collaborazione possa funzionare se non c’è volontà  profonda di fare un pezzo di strada insieme.

In conclusione, la ricerca riporta che, secondo il 66% degli intervistati il lavoro aumenterà nei prossimi 5 anni, mentre per il 17% resterà invariato. Auguriamoci tutti che sia così. Nel frattempo lavoriamo per apprendere dai migliori, affiniamoci nelle  competenze tecniche ma anche nella capacità di ascolto e condivisione. Il nostro business ne troverà nuovo vantaggio.

Credits photo: http://www.houzz.com/ideabooks/Decorating Continua a leggere

Divario di reddito tra professionisti donne e uomini

professionistiSi chiama “differenziale retributivo di genere o gender pay gap” e rappresenta la differenza esistente tra le retribuzioni delle donne e degli uomini nel mondo del lavoro compreso quello delle libere professioni. Il gap retributivo in Italia è ancora molto alto per quasi tutte le categorie professionali. La differenza maggiore si nota tra gli avvocati, dove, nel 2014, le donne hanno percepito 22.070 euro a fronte dei 53.503 euro degli uomini. Ma forti disparità emergono anche per le altre libere professioni come commercialisti e architetti/ingegneri. Le ragioni del divario di reddito tra donne e uomini sono molteplici: le avvocate ad esempio, tendono ad occuparsi prevalentemente di diritto di famiglia, mediazione, ovvero di quei settori definiti “poveri del diritto”, inoltre per cultura generale vi è un minor riconoscimento alle professioniste o minori pretese per l’attività svolta, c’è una propensione a “prendersi” cura del cliente eccessiva, ci sono carichi familiari. A tutto questo si aggiunge un atteggiamento comune alle donne che è quello di non riuscire a riconoscere prima di tutto a se stesse e poi agli altri il giusto valore e il successo meritato. Di questi temi se ne è parlato in un recente convegno a Verona in cui è emerso che le libere professioni in Italia costituiscono il 12,5% del Pil nazionale. La forte disparità economica tra professioniste e colleghi maschi prova, quindi, una perdita del Pil, un problema di sostenibilità del sistema previdenziale, nuove povertà e dipendenze economiche. Dal superamento del divario, quindi, si trarrebbero vantaggi anche per l’economia e per la società. “La percezione che abbiamo di noi stesse non coincide spesso con la percezione, che gli altri hanno di noi – ha detto Silvia Azzini, psicologa e psicoterapeuta – Questa insicurezza si prova per esempio quando riusciamo a fare nel nostro lavoro qualcosa di buono, di importante, quando riusciamo ad ottenere finalmente quel risultato tanto agognato, ma non riusciamo a darci fino in fondo il merito del risultato, come se il successo del lavoro fatto, fosse caduto dal cielo e ci avesse colpito per caso. Questa insicurezza ha a che fare con il valore che noi diamo a noi stesse, prima di tutto come donne, ma senz’altro anche come professioniste. Questo non può non influire sulla difficoltà che abbiamo, a volte, ad essere sufficientemente assertive, capaci per esempio di dare dei limiti ai clienti, di chiedere quello che ci è dovuto per il nostro lavoro, senza vivere dentro tutta una serie di emozioni contrastanti”. Non ci sono ricette facili per superare le insicurezze e migliorare l’autostima ma è importante “conoscerci e accettarci completamente – conclude la psicologa – solo così potremmo essere più serene ed efficaci nella nostra vita, compresa quella professionale”

Collega o nemico?

Collega o nemicoLo scorso 17 febbraio la collega Ada Sinigalia ha pubblicato il post “Professionista, oggi apriresti uno studio?” segnalando un convegno, ma soprattutto sottolineando il diffuso disorientamento di fronte al futuro di tanti professionisti, sia con anzianità nella professione che giovani.

Tutti siamo ben consapevoli che nessun professionista può prescindere dalla tecnologia, ma nel nostro Paese, sia per tradizione che per individualismo diffuso, le cose sono più difficili che in altri Paesi europei che dimostrano invece di essere molto più aperti alle collaborazioni tra colleghi che esercitano la stessa professione.

Dall’esperienza comune emerge che sono tre i principali fattori che continuano a frenare le collaborazioni: l’entità dei compensi, la grossa resistenza all’idea di dover condividere con altri colleghi le proprie politiche economiche ed una riluttanza pressoché insuperabile per i preventivi.
In un periodo dove le risorse economiche sono poche, è naturale conseguenza che i clienti chiedano un preventivo prima di scegliere il professionista, ma ci sono un paio di cose che la maggior parte dei professionisti non ha ancora ben chiaro.  Una di queste è che spesso il cliente non ha idea di quanto potrebbe costargli una consulenza, un parere o un patrocinio, quindi chiede il preventivo per avere un’idea dei costi da sostenere, e la seconda è che raramente sceglie il professionista solo in base al prezzo.

Certo che se il professionista non è rintracciabile online, e il suo nome non spunta nel passaparola, non avrà nemmeno l’ingrato compito di fare un preventivo.
Partendo da casi reali, ricerche sul web, articoli, convegni e dibattiti, sono anni che questo Gruppo di Lavoro porta all’attenzione dei professionisti l’importanza non solo di avere all’interno del proprio studio supporti tecnologici adeguati, ma di avere una presenza qualificante sul web.

Negli ultimi cinque anni c’è stato un buon incremento di nuovi siti web di professionisti, molti dei quali purtroppo sono risultati troppo fai-da-te oppure realizzati da compagnie di telecomunicazioni e quindi quasi sempre non solo inguardabili ma addirittura sminuenti la professionalità dello studio.

In tempi difficili come questi, è naturale che ci siano resistenze ad investire in un buon sito web, in tecnologia e software avanzati, e nel personale qualificato per gestirli, ma ciò che un singolo non può fare da solo, in tanti diventa non solo possibile ma addirittura molto conveniente e remunerativo.

Infatti sarebbe impensabile che nel 2016 un notaio possa rifiutare la stipula di un contratto perché viene chiesto in forma elettronica, eppure è successo solo due settimane fa.
Il motivo? Non è dato sapere, ma quasi certamente all’interno dello studio non c’era nessuno in grado di effettuare la trasmissione per via telematica.

Non si tratta solo di obblighi di legge che impongono trasmissioni telematiche per commercialisti, consulenti del lavoro, avvocati, ingegneri e altri professionisti, il fatto è che obbligano ogni professionista a dedicare molte ore ad imparare cose che non sono propriamente professionali,  ma semplicemente tecniche, per questo, ora più che mai, è indispensabile imparare a delegare.
In realtà dovremmo utilizzare il termine inglese empowerment che ha un senso più ampio di delega: significa delegare a chi ha le capacità di fare ed accetta di assumersi le responsabilità di quella delega, cioè responsabilizzare.

Qui entra in gioco lo studio del singolo in confronto allo studio associato con molti professionisti. Il problema vero è che continuiamo a pensare a spazi molto grandi e ci blocchiamo, finiamo per rinunciare. Ancora non riusciamo a staccarci dall’esperienza legata alla fisicità dei luoghi, non riusciamo ancora a fare nostro il concetto che, grazie al web, possiamo far parte di un grande studio anche se siamo solo in due o tre a lavorare.

Se guardiamo alla Francia, dove al pari dell’Italia, i professionisti mantengono un forte senso corporativistico, hanno superato molto rapidamente l’individualismo che tuttora affligge gli italiani.
Da diversi anni esistono gruppi di commercialisti, esperti contabili e fiscalisti che si sono uniti sotto un unico marchio e operano come una rete professionale, come un unico grande studio con numerose sedi. Sono presenti su territori ben definiti, l’equivalente di due-tre provincie italiane contigue, perché anche loro devono misurarsi con regolamenti e leggi differenti equivalenti alle nostre leggi regionali-provinciali, e quindi sono in grado di offrire consulenza molto puntuale ed aggiornata.
Hanno siti web che permettono di verificare subito quali sono le aree economiche per le quali si può avere assistenza e consulenza (industrie, artigiani, commercianti e servizi con le varie tipologie, associazioni, etc.). Online offrono notizie sempre aggiornate su scadenze fiscali, nuove norme, finanziamenti, convenzioni con associazioni di categoria o di imprenditori.

Hanno persone dedicate a mantenere aggiornato il sito, che si occupano di comunicazione, che rispondono in chat a chi li contatta e chiede informazioni, che offrono assistenza telefonica, predispongono i preventivi, li inviano agli interessati e poi li contattano al telefono per sapere se quello che hanno proposto risponde alle loro esigenze. In genere gli studi riuniti sotto lo stesso marchio non sono più 15-20, ma si tratta comunque di un numero più che sufficiente ad assicurare a tutti i professionisti quei servizi che nessuno studio individualmente potrebbe offrire perché troppo costoso.

Quindi la rivoluzione vera non è il web o il sito in sé, ma ciò che questi strumenti possono offrire a chi riesce a considerare il collega un alleato e non un concorrente che può rubargli lavoro.

Laura Calciolari

Raccontare la “rarità”. Esperti a convegno

Si è tenuto a RomaRRaRoma al Palazzo dell’Informazione il corso Raccontare la “rarità”: malattie rare, pazienti e media, organizzato da Adnkronos Comunicazione, con il contributo non condizionante di Baxalta ed il supporto di HC Training. Moderato da Margherita Lopes (AdnKronos Salute) il corso ha visto gli interventi del Professore Ordinario Medicina interna dell’Università di Padova Carlo Agostini; di Alessandro Capone, Head of Patient Access Baxalta Italia; del Vicepresidente AIP Onlus Andrea Gressani; del Direttore dell’Osservatorio Malattie Rare Ilaria Ciancaleoni Bartoli e del Direttore di Vita Giuseppe Frangi.

Stefano Martello ha seguito il corso in rappresentanza del Gruppo Comunicare le professioni intellettuali. Ecco le sue riflessioni. 

Si è trattato di un incontro sicuramente stimolante, molto ben “costruito” rispetto al panel dei professionisti intervenuti che sono riusciti ad offrire alla platea di giornalisti presenti un quadro informativo graduale ed esauriente (con un particolare approfondimento sulle immunodeficienze primitive), ognuno secondo le proprie competenze.

Nel suo intervento d’esordio, il Prof. Carlo Agostini ha definito le malattie rare (qualificate secondo il Programma d’azione comunitario sulle malattie rare operante in Europa come malattie che colpiscono non più di 5 pazienti su 10.000 abitanti) illustrando contestualmente i numeri. Se nel mondo circa 350 milioni di persone sono affette da malattie rare, solo in Italia si contano 1 – 2 milioni di cittadini che soffrono di tali patologie. Particolarmente insidioso, secondo il Prof. Agostini, è il problema relativo al tempo di diagnosi. In molti casi, infatti, la malattia non viene mai diagnosticata o, addirittura, viene diagnosticata dopo molti anni, con un conseguente abbassamento del livello della qualità della vita del paziente. Si tratta di un tema ricorrente che riguarda anche le 300 forme di immunodeficienza primitiva, con percentuali che arrivano al 90% degli individui affetti da tale patologia che, pur vivendo in Paesi con sistemi e tecniche sanitarie evolute, non ricevono diagnosi esatte, spesso “scivolando” lentamente verso danni irreversibili.

Alessandro Capone si è invece soffermato sul ruolo del Servizio Sanitario Nazionale, evidenziando la crescita della spesa sanitaria con rilevanti effetti diretti sulla salute dei cittadini e, de relato, sulla capacità economica del Sistema Paese. Secondo Capone sono due gli elementi determinanti: l’elemento demografico e quello economico. Rispetto al primo, si registra una aspettativa di vita più alta che genererà – anche e soprattutto rispetto ad uno squilibrio generazionale già in atto – una forte domanda di salute nell’immediato futuro. Rispetto al secondo elemento – una relazione tra spesa sanitaria e produzione del Pil – Capone ammette che si tratta di un argomento ancora controverso, e tuttavia lancia delle alternative interessanti, quando afferma che la riduzione dell’assenteismo può favorire un recupero prezioso di produttività o quando sostiene che il decremento del presentismo (un lavoratore che, pur presente sul posto di lavoro, non riesce a conseguire le performance richieste a causa degli effetti di una condizione patologica) potrebbe migliorare sia la qualità di vita del lavoratore, sia il profilo di competitività dell’organizzazione in cui il lavoratore opera.

Il primo step, secondo Capone, passa attraverso la creazione di un database che analizzi dati sanitari qualificati con metodologie in grado di aggregare situazioni spesso solo apparentemente lontane ma in realtà vicine in uno scenario d’azione complesso e in divenire.

Particolarmente incisiva è stata la relazione di Andrea Gressani che – sottolineando la crescita negli anni e i risultati conseguiti dall’Associazione Immunodeficienze Primitive – ha evidenziato anche il ruolo importante del Terzo Settore nei processi di conoscenza, di informazione e, soprattutto, di sostegno nei confronti di persone che, all’improvviso, vedono sgretolarsi di fronte ai propri occhi le possibilità di un progetto familiare o di un clima di vita sereno.

E proprio sul bisogno di informazioni chiare e qualificate – rispetto ad una percezione di queste malattie ancora non chiara – si è soffermata nella propria relazione Ilaria Ciancaleoni Bartoli che ha sottolineato – anche e soprattutto nella produzione giornalistica – la necessità di alti standard qualitativi con un ricorso a fonti ben comprovate ed il controllo dei trials clinici. Si tratta, secondo la Bartoli, di una relazione intrisa di alta responsabilità, che coinvolge tutti gli attori in campo, non ultime le aziende farmaceutiche ed il mondo della ricerca.

Nel suo intervento conclusivo, il Direttore di Vita Giuseppe Frangi, prendendo in prestito la recente fiction Rai Tutto può succedere, ha evidenziato le tante potenzialità comunicative di un timbro narrativo più caldo ed accogliente, capace di raccontare la patologia anche rispetto all’impatto che ha sulle famiglie dei pazienti, sul cambiamento (spesso improvviso) di ritmi di vita e priorità consolidate. Si tratta di uno spunto importante, al cui interno, però, devono convivere con paritaria considerazione, l’intento emotivo e quello informativo. La responsabilità – non solo dei giornalisti ma anche dei consulenti in comunicazione – è (sarà) quella di individuare forme comunicative più calde e meno impersonali, senza perdere di vista il tema sostanziale di una informazione chiara, ben codificabile da tutti ed efficiente.

In ultima analisi, un incontro particolarmente efficace nell’indagare le tante sfaccettature – mediche, economiche, sociali – che compongono l’argomento.

 

(Stefano Martello)

 

Tessera Professionale Europea: nuova sfida per i professionisti

E’ Hanno Donz, guida alpina austriaca, il primo professionista in possesso della Tessera ProfessioCd06qodUsAAub6Dnale Europea entrata in vigore dal 18 gennaio 2016.

Nella conferenza “Single Market Forum 2015/2016 – European Professional Card” svoltasi a Bruxelles lo scorso 18 marzo, Hanno Donz ha testimoniato di come sia stato facile, per lui, ricevere quella che, in realtà, non è una tessera ma una certificato digitale che, per una guida alpina, vuol dire poter  seguire gruppi di escursionisti da un paese all’altro dell’arco alpino senza intoppi formali e burocratici.

L’introduzione della Tessera Professionale è una delle sfide più impegnative della modernizzazione dedicata alle qualifiche professionali che Martin Frohn, capo dell’unità “Qualifiche e competenze professionali” della Ue, ha dichiarato, nel corso dell’incontro, “un possibile obiettivo estendibile a tutte le professioni regolamentate” mentre, al momento, è entrata in vigore per le guide alpine, gli infermieri, i farmacisti, i fisioterapisti e gli agenti immobiliari.

La Tessera Professionale Europea (EPC), in pratica, è un certificato elettronico rilasciato con la prima procedura europea interamente digitale e si propone di facilitare la libera circolazione dei professionisti rendendo più semplice il riconoscimento delle qualifiche in un altro paese europeo.

Con la EPC, secondo le stime degli uffici europei, aumenterà non solo la mobilità interna, realizzando un nuovo tassello del mercato comune, ma, anche, la tutela per la prevenzione degli abusi, grazie ad un meccanismo di allerta che garantirà protezione di consumatori e pazienti dell’UE, ad esempio, in caso di sospensioni o sanzioni a carico del professionista. Per richiedere la Tessera Professionale Europea, occorre innanzi tutto connettersi a ECAS, il servizio di autenticazione della Commissione europea creando un nome utente e una password. Dopodichè, si può entrare in YOU EUROPE e seguire la procedura.

Quali saranno i vantaggi per i professionisti? Nel corso della conferenza, molti relatori hanno sottolineato come la nuova procedura sia non solo rapida ma, soprattutto, trasparente, così da rendere chiari i criteri con i quali è possibile praticare la propria professione all’estero. Rimangono da sciogliere, però, uhanno donzna serie di nodi che lo stesso Hanno Donz ha indicato come, ad esempio, la richiesta di traduzioni giurate dei documenti o l’obbligo di documentazioni duplicate. Fardelli burocratici che possono appesantire l’iter, soprattutto per quelle professioni che, nei diversi paesi europei, non hanno ugual tipo di regolamentazione come, ad esempio, gli agenti immobiliari.

Nel corso dell’incontro, ho chiesto ai relatori quali fossero le azioni di comunicazione intraprese per diffondere la nuova Tessera. Dalle risposte appare che lo sforzo di comunicazione per la Ue sarà molteplice: un fronte importante sarà quello interno alla associazioni, per offrire con chiarezza a tutti i professionisti coinvolti l’opportunità. Inoltre, a livello nazionale, la Ue  sta cercando di sollecitare gli stati membri affinchè creino appositi sportelli dedicati ( in Romania, il primo già attivo) a fornire informazioni mentre, più in generale, si conta molto sul sito web del progetto, già operativo. Dopo anni di intenso lavoro, appare evidente come nessuno, nella UE, voglia lascia intentato alcuno sforzo per dare gambe questo progetto che ha il punto di accesso più chiaro nel sito Your Europe, dove, oltre ad  informazioni sulla tessera, è anche possibile verificare i documenti necessari per poter svolgere la professione in un altro Paese UE, conoscere le tariffe applicate e i tempi e modalità della procedura una volta presentata la domanda, che, a seconda del Paese, può oggi andare dalla 3 settimane ai 3 mesi.

La sensazione complessiva, nel corso dell’incontro, è quella che sia chiaro a tutti la sfida che ci si prefigge ma che la si consideri, anche, una meta raggiungibile. Appare anche evidente come le professioni che già oggi dispongono di una piattaforma comune di formazione (vedasi le guide alpine) e chiari standard di accesso in tutta Europa saranno facilitate. In sala, molti rappresentanti del mondo delle professioni ingegneristiche, ad esempio, si sono detti favorevoli alla tessera ( in un primo tempo, anche gli ingegneri erano stati inseriti nella prima rosa di  utilizzatori, per, poi, uscirne). E qui, l’equiparazione delle qualifiche (e delle rispettive condizioni di lavoro) si baseranno sempre più non solo su aspetti formali ma, anche, sulla fiducia, ovvero sul reciproco riconoscimento della storia professionale e delle esperienze. Il tema non è di poco conto e, sopratutto, in quest’ultimo periodo, si scontra con un clima macroeuropeo diffidente e guardigno, l’esatto opposto, potremmo dire, di quanto la EPC auspica..

Questo è quanto avviene in Europa. Ma in Italia, a che punto siamo? Da quando è stato introdotto il nuovo strumento di riconoscimento professionale sono ben 170 le richieste nella sola prima settimana, secondo i dati resi noti dalla Commissione europea, con l’Italia che figura al primo posto con 75 domande arrivate sul tavolo delle autorità italiane. Se la guida alpina ha tagliato il nastro del primo rilascio, spetta però ai fisioterapistie, dunque, alle professioni sanitarie, il primato della professione con il maggior numero di richieste.

E proprio su questo tema, al Presidente della federazione Ordini dei Farmacisti Italiani, Senatore Andrea Mandelli, ho chiesto di fare luce partendo da come giudica la scelta di introdurre la EPC per i farmacisti, prima professione ordinistica coinvolta. Per il Senatore Mandelli “è una scelta doverosa aver cominciato con le professioni sanitarie, in linea generale, e con quelle che hanno un intenso e costante contatto con il pubblico, come è il caso del farmacista, che in tutta Europa è il primo referente del cittadino e quello che opera nel presidio sanitario, la farmacia, che ha la più bassa soglia di accesso.”

Un tema di discussione importante è la domanda se la tessera EPC potrà essere uno stimolo nel processo di trasformazione del mercato del lavoro. Secondo Mandelli, “qualsiasi misura che semplifichi la circolazione dei professionisti rende più vicina, anche psicologicamente, la possibilità di andare a esercitare all’estero, per un periodo definito o più stabilmente. In precedenza le pratiche erano senz’altro più complesse e, in molti casi, potevano costituire un ostacolo in più, anche se gli Ordini dei Farmacisti, come quello di Milano, avevano messo in atto procedure per rendere il più rapido possibile l’iter per il riconoscimento del possesso dei requisiti per l’esercizio della professione.”

Non dimentichiamo che la tessera ha anche un valore simbolico..  “E’ vero, – continua  il  Senatore Mandelli –  è il riconoscimento che il singolo farmacista fa parte di una comunità più ampia, quella che comprende tutti i suoi colleghi europei. Non è un aspetto da sottovalutare. Quanto all’evoluzione del mercato del lavoro, è purtroppo innegabile che la nostra professione sta sperimentando per la prima volta in Italia una crisi occupazionale, per effetto di diversi fattori da quelli più generali a quelli più specifici, come il blocco delle assunzioni nel servizio sanitario o le difficoltà economiche delle farmacie di comunità. Per una parte dei nostri professionisti, dunque, trovare collocazione all’estero può essere una soluzione.”

E le comunicazione? “La Federazione degli Ordini – conclude il Presidente della federazione Ordini dei Farmacisti Italiani –   ha dato la massima divulgazione possibile alle modalità con cui ottenere la tessera e gli Ordini provinciali stanno a loro volta informando gli iscritti. Stiamo anche provvedendo a una ricognizione di eventuali esigenze specifiche dei professionisti che vogliono esercitare in altri paesi UE e, se necessario, si potrebbe attivare un percorso formativo ad hoc. In passato alcuni Ordini hanno attivato corsi di inglese scientifico, anche se non mirati a questa eventualità, quindi c’è come sempre la massima apertura alle esigenze degli iscritti.”

Dunque un work in progress che avrà bisogno certamente di tempo e di una costante informazione per poter essere di vero supporto alla libera circolazione delle professioni in Europa.

Per saperne di più

Il link alla richiesta della EPC http://europa.eu/youreurope/citizens/work/professional-qualifications/european-professional-card/index_it.htm

La direttiva europea relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32005L0036&from=IT

Info generali utili http://www.politicheeuropee.it/attivita/19688/tessera-professionale-europea